Giotto: le storie di S. Francesco



Quando parliamo di pittura gotica a fare da cerniera tra XIII e XIV sec. troviamo uno dei più importanti artisti della storia dell’arte medievale: Giotto (ca. 1267-1337). Di lui abbiamo poche notizie biografiche, ma quello che sappiamo è che Giotto era originario di un piccolo borgo nei pressi di Firenze e che proveniva da una famiglia di possidenti terrieri.



Si sa poco anche della sua prima formazione, si ipotizza che cominciò ad andare in bottega molto giovane, già nel 1280, e fu allievo dell’altro grande pittore dell’epoca: Cimabue. È però una bufala il racconto tramandato dalla tradizione per cui Cimabue si sarebbe reso conto dell’abilità dell’allievo vedendolo disegnare una delle pecore che stava pascolando. Un’altra leggenda che ruota intorno alla vita di Giotto è quella raccontata da Vasari secondo cui Giotto sarebbe stato capace di realizzare una circonferenza perfetta.

Sul finire degli anni ’80 Giotto è a Roma mentre negli anni ’90 lo troviamo in Umbria, in particolare ad Assisi, dove partecipa alla decorazione della Chiesa Superiore della Basilica di S. Francesco. Successivamente lo troviamo a Padova dove si occuperà di affrescare la cappella della famiglia Scrovegni. Negli anni successivi Giotto girerà per la penisola tra Roma, Firenze, Napoli e Milano, e si dice anche che sarebbe stato persino ad Avignone. Di questo soggiorno, però, non abbiamo tracce documentali. Già a suo tempo Giotto era considerato tra i grandi nomi della pittura, tanto che sia Boccaccio che Dante lo citano, ed elogiano, nelle loro opere (rispettivamente nel Decameron e nel Purgatorio).

Cappella degli Scrovegni, Padova

Da un punto di vista stilistico Giotto rappresenta un punto di rottura rispetto alla precedente tradizione medievale di origine bizantina tornando a collegarsi agli esempi dell’antica tradizione classica. Al centro di questa rivoluzione del linguaggio troviamo un uso rinnovato del colore e del chiaroscuro, l’introduzione di una nuova forma di prospettiva, una maggiore attenzione ai volumi e alle fisicità che portano le sue opere a raggiungere un nuovo e mai visto livello di verosimiglianza. I corpi dei personaggi, proseguendo nel solco che Cimabue aveva tracciato, perdono quel velo di rigidità, ripetitività e convenzionalità che avevano nella tradizione precedente e guadagnano in vivacità ed emotività. Oltre a ciò il paesaggio, grazie a un maggior grado di dettaglio e all’attenzione per le architetture di fondo, guadagna in profondità e realismo.

Chiesa superiore della Basilica di S. Francesco d'Assisi

Una delle prime opere di Giotto fu la decorazione della Chiesa superiore della Basilica di S. Francesco d’Assisi a cui lavora affiancando il maestro Cimabue che si stava occupando di affrescare il transetto e il coro con scene tratte dalla Bibbia e dalla vita della Vergine. In questo ciclo di affreschi emerge con forza tutta la novità dello stile di Giotto.

All’interno di questo complesso decorativo il ciclo di S. Francesco è sicuramente quello più importante, nonché l’unico su cui tutta la comunità degli studiosi è unanime sull’assegnarne la paternità a Giotto (molti degli altri affreschi secondo alcuni storici dell’arte andrebbero fatti risalire ad altri autori tra cui il più accreditato è Pietro Cavallini). Nonostante il terremoto del 1997 che danneggiò gravemente la basilica gli affreschi sulla vita di S. Francesco riuscirono miracolosamente a salvarsi, così come vennero risparmiati dai problemi di conservazione del colore che colpirono altre opere come la Crocefissione di Cimabue. Tale ciclo, che si compone di 28 affreschi, si trova lungo le pareti perimetrali della basilica ad esclusione del lato dell’abside e sono posti in ordine orario a partire dal transetto di destra. Tratto caratteristico di questo ciclo di affreschi è l’utilizzo raffinato del chiaroscuro che collabora a conferire una rinnovata plasticità e fisicità alle figure. Le varie scene sono inserite all’interno di un architrave a mensole e cassettoni sostenuta da colonne tortili corinzie. Sotto questa fascia di affreschi troviamo, sempre dipinta, la riproduzione di una sorta di tendaggio appeso a dei ganci decorato a motivi geometrici.

Giotto, San Francesco dona il mantello a un povero

Una delle scene più famose è sicuramente Il dono del mantello che rappresenta il momento in cui S. Francesco, poco prima di indossare il saio che sarà poi tipico dell’ordine francescano da lui fondato, dona il suo mantello pregiato a un cavaliere che la narrativa francescana descrive come “nobile ma povero” (ossia caduto in disgrazia). Grazie a una sapiente costruzione dei corpi e a un raffinato uso del chiaroscuro le figure dei due protagonisti emergono chiaramente in tutta la loro fisicità. Ma sono tante le novità stilistiche che in quest’opera emergono chiaramente: troviamo da una parte una rinnovata naturalezza delle figure e dall’altra una nuova e mai vista prima attenzione per la resa del paesaggio che passa da un semplice abbozzo a un vero e proprio protagonista. Dietro i personaggi troviamo infatti una costruzione paesaggistica complessa, basata su piani successivi, e che rappresenta un panorama roccioso sul quale si ergono su due opposte colline, da un lato, una città cinta da mura (probabilmente Assisi) e dall’altra quello che pare essere un monastero (verosimilmente quello di S. Benedetto sul monte Subasio). Le due architetture si reggono su una rigida geometricità che pur non ispirandosi a nessuna architettura reale gli conferisce un senso di plausibilità. A fare da riempitivo un cielo di un blu brillante che si inserisce tra i due pendii portando lo sguardo e l’attenzione dello spettatore verso i protagonisti in primo piano dove troviamo S. Francesco, protagonista indiscusso della scena, che si trova proprio al centro di queste due diagonali. A conferire all’opera un ulteriore senso di naturalezza il cavallo che occupa il lato sinistro del primo piano, affianco al santo, rappresentato in un attimo di normalità mentre bruca dell’erba. A causa del tempo, dell’umidità e della decisione di aggiungere alcuni dettagli a tempera (non permettendo così al colore di amalgamarsi con l’intonaco) diverse parti dell’affresco si sono gravemente deteriorati. Anche in questo caso, come nella crocifissione di Cimabue, vediamo come alcuni colori sono nel tempo virati, si vede bene ad esempio nel cavallo.

Giotto, Rinuncia agli averi

Un’altra scena degna di nota, anch’essa estremamente famosa, è senza ombra di dubbio La rinuncia agli averi, dove S. Francesco si spoglia (letteralmente) dei suoi ricchi abiti, e tramite essi delle sue ricchezze materiali, restituendole al vecchio padre di fronte a lui. Un gesto non solo dalla carica simbolica fortissima, ma che porta con sé anche un senso più profondo. Rinunciare agli averi significava anche rinunciare alla paternità biologica a favore di quella divina del Padre con la P maiuscola. Anche in questo caso troviamo una scena costruita sulla base di una rigida scansione geometrica dello spazio il cui centro, però, è stranamente vuoto. Tornando alla distribuzione degli spazi troviamo, in primo piano, la coppia composta da S. Francesco sulla destra e il padre sulla sinistra. Il Santo, nel suo gesto di rinuncia agli averi materiali, alza le braccia verso il cielo andando in questo modo a sovrapporre il suo gesto con una delle diagonali del dipinto. Anche lo sguardo di Francesco è rivolto verso l’alto, a cercare con gli occhi il Padre divino, che spunta nel cielo vicino all’edificio sulla sinistra, rappresentato come una semplice mano benedicente (siamo ancora nel periodo in cui non si è riusciti a stabilire una volta per tutte come rappresentare la divinità di Dio). Dall’altro lato rispetto al santo troviamo il padre di Francesco che con un braccio regge le vesti del figli mentre l’altro viene trattenuto (forse per evitare che desse sfogo a un gesto di rabbia) da un personaggio di cui non conosciamo l’identità. Da notare come questo braccio ricalca perfettamente l’altra diagonale rispetto a quella che passa dalle braccia del figlio. Dietro ai due protagonisti troviamo due gruppi di persone che vanno a sottolineare ulteriormente la frattura che questa decisione comporta nella vita di Francesco. Dietro al santo infatti troviamo il vescovo di Asissi e tre chierici, dietro il padre invece troviamo i parenti del santo e il notabilato della città. A chiudere lo spazio troviamo sullo sfondo due architetture, quella di sinistra che allude a un palazzo civile, mentre quella a destra che dà invece l’idea di essere una costruzione sacra. Come anche per Il dono del mantello anche qui troviamo un cielo di un azzurro intenso (anche se oggi risulta particolarmente rovinato) che fa da fondale a tutta la scena.

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