La pittura gotica del ‘300: Martini e Lorenzetti


Quando si parla di pittura gotica del’300 in Italia si pensa subito a Giotto, ma ci sono anche altri artisti che hanno saputo incarnare quei linguaggi, stili e gusti tipici di questo periodo.



Uno di questi è Simone Martini, artista senese attivo tra la fine del 1200 e la prima metà del 1300 di cui però sappiamo in realtà molto poco (e questo si rispecchia anche in alcuni dubbi su alcune attribuzioni), ma le cui opere sono diventate esempi fondamentali della pittura gotica di XIV sec. Senese, fu attivo in tutta la penisola e non solo, Martini collaborò prima alla decorazione della Chiesa inferiore della Basilica di S. Francesco d’Assisi per poi mettersi a servizio prima del Re di Napoli e poi di Papa Benedetto XII che lo invita a trasferirsi ad Avignone, sede in quegli anni del seggio pontificio, dove Martini resterà fino alla morte. Per quanto riguarda la formazione del pittore senese secondo la tradizione (anche se non ne abbiamo la certezza assoluta) egli sarebbe stato allievo del grande Duccio di Boninsegna. A influire sulla sua personalità artistica troviamo sicuramente anche Giotto, i cui lavori Martini conobbe durante la sua permanenza al cantiere di Assisi.

Maestà (1312-1325), Sala del Mappamondo, Palazzo Pubblico di Siena

Una delle opere più note di Simone Martini, nonché una delle prime opere di sua sicura attribuzione (il nome dell’artista è riportato in un carteggio all’interno dell’opera), è la Maestà della Sala del Gran Consiglio (oggi chiamata Sala del Mappamondo) nel palazzo pubblico di Siena, commissionato direttamente dal governo della città. Ci troviamo quindi, a differenza di tutte le altre opere che abbiamo visto finora, di fronte a una committenza civile. Come abbiamo già visto parlando della Madonna di Ognissanti di Giotto si tratta di una raffigurazione della Madonna in trono con bambino e circondata da un seguito di santi, profeti ed evangelisti. Davanti alla scena poi troviamo due angeli inginocchiati nell’intento di offrire alla vergine, il cui sguardo tradisce una malinconia di fondo, degli omaggi floreali. Si tratta di un’opera enorme di oltre 7 metri e mezzo per quasi 10, la cui realizzazione impegnò Martini dal 1312 al 1325. Il grande affresco è inserito in una cornice a decorazione floreale entro la quale sono inseriti 20 medaglioni circolari di cui quello centrale in alto rappresenta la figura del Gesù redentore. I medaglioni sono intervallati da altrettanti piccoli tondi rappresentanti simboli e stemmi della città di Siena. Questo affresco si basa su una rigida organizzazione prospettica, incentrata sull’elegante trono dorato a trifore gotiche e il maestoso baldacchino di stoffa rossa riccamente decorato e sostenuto da otto sottili aste dorate che lo sovrasta e sotto cui si riuniscono tutti gli astanti. Le figure sono realizzate con un tratto morbido e che privilegia le linee curve, il tutto arricchito da alcuni inserti dorati, in vetro, pergamena e cristallo di rocca che oltre a impreziosire permettono di creare effetti materici di grande valore. Il colore è steso a campiture ampie e omogenee con scarsi giochi di chiaro scuro. Lo sfondo, similmente ai lavori di Giotto, è di un blu intenso che nella sua uniformità fa risaltare per opposizione il gruppo compatto e colorato delle figure.

Guidoriccio da Fogliano all’assedio di Montemassi (1330), Sala del Mappamondo, Palazzo Pubblico di Siena

Nella stessa Sala del Mappamondo, sulla parete opposta rispetto alla Maestà, Simone Martini realizza un’altra opera famosissima: Guidoriccio da Fogliano all’assedio di Montemassi. Si tratta di un gigantesco affresco di oltre 3 metri per quasi 10 datato 1330 e che rappresenta il comandante mercenario delle truppe senesi Guido Ricci, anche noto come Guidoriccio da Fogliano, pagato da Siena per porre d’assedio il castello di Montemassi, roccaforte dei ghibellini che si opponevano all’espansione della città di Siena. Il condottiero è rappresentato a cavallo, di profilo e con un ricchissimo abito che riprende la fantasia del mantello del cavallo e nasconde l’armatura che fa capolino sul collo e sulla gamba. Il condottiero, che completa il suo completo con un cappello dal bordo bianco e con una spada inserita nella fodera la quale a sua volta è appesa alla cinta dell’uomo. Le mani di Guido Ricci sono occupate la destra a tenere uno scettro mentre la sinistra regge le briglie del cavallo. Sullo sfondo del dipinto vediamo inserito in un paesaggio molto semplice, spoglio vediamo sulla sinistra l’obiettivo militare delle truppe senesi, a destra probabilmente una struttura senese (si noti la bandiera) realizzata in vista dell’assedio e alcuni accampamenti militari deserti riconoscibili dal fatto che sono formati da un insieme di tende (probabilmente sono quelli dei nemici sconfitti). Completano l’ambiente alcune palizzate in legno difensive che insieme agli accampamenti danno una sorta di ambientazione alla scena. Se per secoli questa opera è stata attribuita senza se e senza ma a Simone Martini oggi gli storici dell’arte hanno qualche dubbio in quanto i lavori di restauro hanno fatto emergere da una parte le tracce di pesanti ridipinture realizzate nei secoli successivi e dall’altra, nella parte inferiore della parete su cui l’opera è realizzata, i resti in pessimo stato di conservazione di un’opera più antica con due personaggi nei pressi di un castello. La qualità del dipinto è altissima tanto da poter sostenere un’attribuzione a Simone Martini e questo, viste anche le differenze stilistiche, ha fatto sospettare che l’opera che oggi si è conservata sia da attribuire ad un altro artista.

San Ludovico di Tolosa che incorona Roberto d’Angiò (1317), Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli

Un’altra opera molto importante per la carriera di Simone Martini, seppur di genere abbastanza diverso, è il San Ludovico di Tolosa che incorona Roberto d’Angiò, realizzato nel 1317 su commissione dello stesso Roberto d’Angiò (Re di Napoli) per celebrare il fratello Ludovico. Da notare come Ludovico d’Angiò, primogenito dell’allora re di Sicilia Carlo II d’Angiò, rifiutò la corona di re di Napoli a favore del fratello, per dedicarsi così unicamente alla vita religiosa. Tornando alla descrizione dell’opera si tratta di una pala lignea cuspidata tronca posta su una predella ossia una sorta di tavoletta rettangolare che fa da base alla tavola e all’interno della quale, inserite in 5 archetti a tutto sesto, troviamo altrettante scene tratte dalla vita di San Ludovico. Al centro della pala sorge, all’interno di una cornice decorata a gigli d’orati simbolo della Francia, la figura di S. Ludovico seduto in trono con lo sguardo fisso davanti a sé rappresentato nell’atto di consegnare la corona del regno di Napoli a un piccolo Roberto d’Angiò posto nell’angolo in basso a destra dell’opera. Nello stesso momento due angeli incoronano San Ludovico certificando il suo status di sanità, in una sorta di duplice incoronazione che lega i destini dei due fratelli. La consegna della corona del regno da parte del Santo al futuro re inoltre va inserita in una logica di legittimazione divina del potere temporale e della dinastia regnate. Interessante notare la cura delle vesti riccamente decorate e bordate d’oro che, nel caso del santo, che contrastano con il sottostante sobrio abito francescano che rispecchia la personalità di Ludovico che si è sempre dato a una vita spirituale che rifiutava onori e cariche. Colpisce poi la scarsa profondità della scena e la fissità dei personaggi che appaiono quasi congelati nelle loro pose. Completa l’opera il fondo oro che dona a tutta la scena una grandissima luminosità.

Oltre a Simone Martini c’è un altro grande artista che ben rappresenta la pittura gotica del ‘300 in Italia, stiamo parlando di Ambrogio Lorenzetti, pittore senese attivo nella prima metà del 1300. Da notare come Ambrogio aveva un fratello maggiore, Pietro, anch’esso pittore che però non raggiunse il livello qualitativo e la fama del più celebre Ambrogio. Da un punto di vista biografico abbiamo poche notizie rispetto alla vita del Lorenzetti. Sappiamo che nacque alla fine del 1200 mentre notizie più certe le abbiamo rispetto alla data della morte, che possiamo datare al 1348, durante una delle grandi pestilenze che colpì il nostro continente, quando scrisse testamento. Oltre a Siena Lorenzetti fu attivo anche a Firenze e nel corso della sua carriera entrò in contatto con i lavori dei grandi artisti dell’epoca a partire dal grande maestro Giotto ma anche quelle di Simone Martini, Duccio di Boninsegna e Giovanni Pisano.

Ciclo del Buon Governo e del Cattivo Governo (1338-1339), Sala dei Nove, Palazzo Pubblico di Siena

Il lavoro sicuramente più noto di Ambrogio Lorenzetti è senz’ombra di dubbio il grande ciclo del Buon Governo e del Cattivo Governo, realizzato tra il 1338 e il 1339 lungo tre delle quattro pareti della Sala dei Nove nel Palazzo Pubblico di Siena. Sulla parete più corta troviamo l’allegoria del buon governo, mentre sulle due parenti lunghe troviamo gli effetti del buon governo in città e in campagna sulla prima e sulla seconda le allegorie del cattivo governo e gli effetti del cattivo governo in città e in campagna. Da notare come abbiamo certezza di questa attribuzione perché è Ambrogio Lorenzetti stesso a firmare l’opera. Prima di passare alla descrizione dei singoli affreschi è utile notare come si tratta di una delle prime opere di sfondo civile, commissionata dal governo stesso della città per esaltare, attraverso il pittore senese più importante del momento, il governo stesso della città di Siena.

Buon Governo

Partiamo da Il Buon Governo, prima scena di questo grande affresco e rappresentazione dell’orgoglio senese che porta la città a rappresentarsi come retta da un governo saggio e giusto. La parete è visivamente suddivisa in due parti: a sinistra troviamo l’allegoria della giustizia seduta in trono con in mano una bilancia sui cui piatti troviamo due angeli rappresentati nell’atto di amministrare la giustizia stessa. Sopra la rappresentazione della giustizia troviamo la figura alata della sapienza divina che ispira la giustizia che, infatti, rivolge il suo sguardo verso l’alto. Sotto di lei, a fare quasi da cerniera con li gruppo di destra, troviamo, leggermente più grande, l’allegoria della Concordia e alla sua destra un gruppo di 24 consiglieri della città. A destra invece troviamo, sempre in trono, la maestosa rappresentazione del buon governo raffigurato come un uomo anziano con scettro e scudo, vestito con un mantello bianco e nero a riprendere i colori di Siena e circondato dalle virtù cardinali: Giustizia (che compare quindi una seconda volta), Temperanza, Prudenza, Fortezza, Magnanimità e Pace facilmente riconoscibile perché quasi sdraiata sopra un cumulo di armi e tiene in mano un ramoscello d’ulivo. Tutte le allegorie comunque sono individuabili grazie agli attributi che tengono in mano. Sopra il buon governo troviamo invece tre figure alate, rappresentazioni allegoriche delle tre virtù teologali: Fede, Speranza e Carità. Concludono poi la composizione, nella parte in basso a destra dell’opera, due gruppi rappresentanti soldati (sia a cavallo che fanteria) e prigionieri. Non sappiamo esattamente cosa dovessero rappresentare anche se, probabilmente, avevano un significato ben preciso per la realtà dell’epoca. Per quanto riguarda lo stile possiamo notare a colpo d’occhio da una parte la vivacità dei colori utilizzati che vanno a contrastare con il blu scuro usato per lo sfondo e dall’altra la fissità delle figure, rappresentate con forme massicce e vestite da abiti i cui panneggi sono spesso decorativi più che realistici. Ad arricchire ulteriormente la composizione troviamo l’uso sapiente del chiaroscuro che va a vivacizzare i colori distesi a tinte piatte.

Effetti del Buon Governo in Città...

Proseguiamo ora sulla seconda parete con gli Effetti del Buon Governo in città e in campagna. Come si comprende bene dal titolo tutta la scena vuole rappresentare, con non poco orgoglio, gli effetti del governo illuminato di Siena. Rispetto al Buon Governo, dove la composizione era più rigida, in questo affresco il tutto risulta molto più spontaneo e dinamico. La scena si divide orizzontalmente in due parti, a sinistra troviamo la città di Siena mentre a destra troviamo il contado. Da notare come, forse per la prima volta, lo sfondo da elemento decorativo se non addirittura riempitivo diventa un vero e proprio protagonista. Partendo dalla città vediamo un borgo medievale ricco di vita, con le botteghe che si aprono ai piani terra delle abitazioni e una marea di personaggi che si muovono tra le vie e i portici a tutto sesto della città. Ci sono diverse scene tratte dalla vita quotidiana, come in alto al centro della città dove troviamo un gruppo di operai che sta concludendo i lavori sul tetto di una casa o in basso a sinistra dove vediamo una giovane donna a cavallo riccamente vestita e con una corona in testa che probabilmente sta andando a sposarsi. A pochi passi poi troviamo un gruppo numeroso di ragazze con sontuosi abiti che ballano una sorta di girotondo tenendosi per mano e danzando a ritmo di un tamburello. Tra gli edifici vediamo alcune chiese, moltissime torri e una miriade di palazzi curati nei dettagli a partire dalle finestre e dalle merlature dei tetti.

... e in Campagna

Ma gli effetti benefici del buon governo si espandono anche al di là delle mura nella campagna che circonda la città di Siena. Interessante qui osservare come le mura senesi sono rappresentante in modo simbolico, assomigliando a un sottile foglio di carta quasi prive di spessore. Questa scelta è frutto della volontà dell’artista di rappresentare simbolicamente il fatto che il buono e giusto governo di Siena porta la città a non dover temere di essere attaccata, e da qui la scarsa importanza data alle mura. Le campagne sono punteggiate di campi coltivati, boschi e pascoli e pullulano di uomini e animali intenti a portare avanti alle loro attività. Si noti ad esempio un gruppo di giovani altolocati a cavallo che esce dalla città per una battuta di caccia con il falco. Sopra il contado troviamo l’allegoria della sicurezza, rappresentata come una donna vestita da un leggero velo bianco e che tiene in mano la rappresentazione di un impiccato, simbolo di una giustizia severa e implacabile verso chi non rispetta le regole, e un cartiglio in cui si ricorda che finché la Sicurezza regnerà nessuno dovrà avere paura di passare per la città o il contado. In ultimo notiamo che pur essendosi Lorenzetti ispirato alla realtà il linguaggio pittorico, la prospettiva un po’ impacciata e la semplificazione del paesaggio naturale fa si che si vada a perdere ogni verosimiglianza.

Cattivo governo

Concludiamo ora con l’ultima delle tre scene: la Allegoria del Cattivo Governo e gli Effetti del Cattivo Governo in città e in campagna. Questa scena si trova di fronte all’allegoria del Buon Governo e doveva portare a un confronto diretto da parte dell’osservatore. A governare l’affresco troviamo la mostruosa personificazione della Tirannide rappresentata con corna, zanne e occhi strabici. Sotto la tirannide troviamo la rappresentazione di una capra demoniaca mentre al di sopra della mostruosa allegoria troviamo, in opposizione alle tre virtù che sovrastavano il buon governo, la rappresentazione dei tre vizi: avarizia, rappresentata con un uncino con cui arpionare avidamente le ricchezze, superbia, rappresentata con una spada, e vanagloria che porta con sé uno specchio con cui ammira la sua stessa bellezza. Sopra tutte e tre le figure troviamo un cartiglio che ci permette di identificarle. Sedute al fianco della Tirannide troviamo, anche qui in opposizione rispetto alle virtù che accompagnano il buon governo, le varie personificazioni del male: Crudeltà, Furore (con la testa di cinghiale, il torso di uomo, il corpo di cavallo e la coda di cane), Tradimento, Divisione, Frode e infine Guerra vestita di nero con spada e scudo. Alle spalle di questi personaggi troviamo un muro merlato che inquadra li inquadra e ai cui lati si aprono alcuni edifici. Ai piedi della Tirannide si strova la giustizia, non più in trono bensì legata, spogliata della corona e delle sue vesti eleganti e rappresentata col volto affranto. Al suo fianco troviamo un gruppo di cittadini che rappresentano in modo simbolico le vittime del cattivo governo. La parte bassa dell’affresco poi è di difficilissima lettura a causa del pessimo stato di conservazione che l’ha reso quasi del tutto illeggibile.

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