Il gotico internazionale
Negli ultimi decenni del XIV secolo comunicò a svilupparsi un nuovo gusto che prese il via dal gotico e che lo vide fondersi con esperienze locali anche molto diverse tra loro. Da questo continuo scambio di idee nacque quello che noi chiamiamo gotico internazionale o fiammeggiante.
Il termine internazionale viene anche usato per andare a indicare come questa diramazione del gotico andò a diffondersi in modo molto uniforme in quasi tutta Europa in particolare grazie all’altissima circolazione di manufatti e piccole opere d’arte. Questo stile iniziò a diffondersi a partire dalle corti, creando una delle prime forme d’arte laiche del periodo medievale. Con questo però non si vuole dire che il gotico internazionale non si prestò a soggetti religiosi, anzi. Tornando a noi il gotico internazionale rappresenta un moto artistico che va a interessare soprattutto la pittura e le cosiddette arti minori, anche se riflessi si vedranno anche sulle altre arti maggiori ossia scultura e architettura. In Italia la fortuna del gotico internazionale avrà vita relativamente breve rispetto ad altre regioni europee (dove questa fase artistica si prolungò a oltranza, fino al XVI secolo) dovuta allo sviluppo del nuovo gusto rinascimentale più orientato alla riscoperta del vero. A caratterizzare questo stile artistico troviamo uno spiccato gusto per il lusso, la raffinatezza e l’esasperato decorativismo, con una minuziosa cura per i dettagli in un generale tentativo di cercare di creare un effetto di sfarzo e preziosità.
Come abbiamo detto la massima espressione del gotico internazionale si vede nella pittura e un importante esempio in tal senso è il lavoro di Gentile da Fabriano. Nato nella famosa città in provincia di Ancona intorno al 1370 di lui abbiamo scarse notizie biografiche ma da quello che sappiamo la sua formazione artistica ebbe luogo in ambiente lombardo e veneto. In poco tempo la sua fama si diffuse in tutta la penisola e le corti italiane iniziarono a fare a gara per averlo, tanto che nel corso della sua carriera lavorò in tutta l’Italia centro-settentrionale da Brescia a Firenze, da Orvieto a Siena passando per Roma e Venezia. Questa sua fama si nota anche dai compensi ottenuti dall’artista nel corso della sua carriera che lo resero tra i pittori più pagati del periodo. Gentile da Fabriano morirà nel 1427 a Roma mentre stava lavorando alla decorazione delle navata centrale della Basilica di S. Giovanni in Laterano. A dimostrare la grandissima importanza che Gentile da Fabriano ebbe nella cultura del suo tempo il fatto che Michelangelo di lui disse: “Nel dipingere aveva avuto la mano simile al nome”.
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| Gentile da Fabriano, Adorazione dei Magi (1423) |
Il quadro più noto che reca la firma di Gentile da Fabriano è sicuramente L’Adorazione dei Magi, un’enorme pala lignea dipinta a tempera inserita in una raffinatissima cornice in legno dorato composta ai lati da due pilastrini e in alto da tre archi a tutto sesto chiusi da altrettante cuspidi traforate dentro le quali troviamo dei tondi decorati contenenti Cristo Benedicente, l’angelo annunziante, la Vergine annunziata e altre figure di contorno. Nella parte bassa dell’opera troviamo poi una predella tripartita in cui troviamo, da sinistra a destra, la Natività, la Fuga in Egitto e la Presentazione al Tempio. Venendo poi alla scena principale dell’opera la prima cosa che ci colpisce è la ricchezza decorativa, lo sfarzo e il gusto descrittivo della pala che ben rappresenta il gotico cortese. Interessante notare poi come all’interno della scena il soggetto principale del dipinto ossia i 3 re magi, compaia per ben quattro volte. La prima volta nella lunetta in alto a sinistra mentre osservano il passaggio della stella cometa che li guiderà a Betlemme, la seconda, poi nella lunetta centrale mentre sono in viaggio a cavallo, la terza volta nella lunetta di destra mentre sono in procinto di entrare a Gerusalemme e infine, in primo piano, mentre offrono i loro doni al neonato Gesù. In tutti i casi essi sono facilmente riconoscibili grazie alla corona dorata che portano in capo. In primo piano, di fianco ai 3 protagonisti, troviamo anche la grotta della natività dove si è posata la stella cometa, e dall’interno della quale spuntano il bue e l’asinello posti dietro a una mangiatoia. Completano la scena la sacra famiglia, composta dalla Madonna seduta con bambino in braccio, San Giuseppe e alle loro spalle, inquadrate dall’ingresso di un edificio in parte diroccato, due donne. Interessante poi notare come nel corteo di visitatori si trovano anche tutta una serie di animali esotici come scimmie e cammelli per sottolineare il lungo viaggio fatto dai magi per arrivare fino alla grotta della natività. Tutti i personaggi sono dipinti con ricchezza di particolari, quasi che ogni figura sia autonoma dal resto dell’opera, come se invece che un quadro d’insieme si fosse davanti a una somma di elementi individuali. Si guardi, solo a titolo esemplificativo, la sontuosità e la ricchezza di dettagli degli abiti dei Re Magi, fatti di un broccato di seta trapuntato d’oro. La stessa attenzione e cura è stata utilizzata anche nella realizzazione del ricco sfondo floreale, decorato con alberi di melograno e siepi. A completare l’opera troviamo poi tutta una serie di figure di dimensioni man mano più piccole mentre si va verso lo sfondo che più di una forma di prospettiva sembra un espediente per poter inserire più figure possibili.
Un altro artista che ben rappresenta le influenze del gotico internazionale è Antonio di Puccio Pisano, meglio noto come Pisanello. Dei suoi primi anni sappiamo ben poco e le prime notizie certe ci arrivano a partire dal 1395. Nato a Pisa si trasferisce in gioventù a Verona dove ottiene il soprannome di Pisanello che lo accompagnerà per tutta la vita. Si forma tra Verona e Venezia nel solco del gotico internazionale e dove diventa allievo di Gentile da Fabriano. Si trasferisce poi a Roma dove si dedica allo studio dell’antico ottenendo grande fortuna. Finisce poi la sua carriera a Napoli chiamato dal re Alfonso V d’Aragona. A colpire della sua produzione artistica, oltre alle grandi opere, sono i tantissimi disegni preparatori che l’artista realizzava con grandissima cura, tanto da sembrare opere a sé stanti per il livello di studio e cura del dettaglio raggiunti.
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| Pisanello, San Giorgio e la principessa (1433-38) |
Una delle opere più note di Pisanello è San Giorgio e la principessa, un affresco realizzato tra il 1433 e il 1438 nella Chiesa di Santa Anastasia a Verona. L’affresco strappato, restaurato e ricollocato nella sua sede originaria faceva parte di un ciclo più ampio che però nel corso del tempo è andato perso. Prima di proseguire chiariamo cosa si intenda con strappato: con questo termine intendiamo quella tecnica consistente nell’incollare un affresco a una tela in modo da poterlo per l’appunto strappare dal suo supporto murario. Questa tecnica molto rischiosa viene usata in quelle situazioni in cui, per vari motivi (a partire da esigenze di conservazione), c’è la necessità di separare l’opera dal suo supporto. Tornando alla nostra opera si tratta di una grande allegoria, in cui San Giorgio che sconfigge il Drago salvando la Principessa, va a rappresentare l’allegoria della liberazione della Cappadocia (la Principessa) dal paganesimo (il drago) da parte del santo. Venendo alla descrizione dell’opera troviamo in primo piano un biondo e riccioluto San Giorgio che dopo aver reso omaggio alla principessa si appresta a salire sul cavallo. A colpire subito il livello di dettaglio raggiunto e la cura dei particolari, che si vede molto bene nelle vesti e dalle elaborate acconciature dei personaggi. Anche in questo caso, come per Gentile da Fabriano, la scena è ricolma di personaggi, animali (spesso rappresentati con pose prospettiche molto ardite), elementi floreali ed architettonici i quali però perdono ogni intento realistico e finiscono per svolgere semplicemente un ruolo decorativo. Da notare come in questa folla di soggetti emergano sullo sfondo due uomini impiccati, ma dai quali non traspare nemmeno un velo di drammaticità quasi fossero due fantocci e non due persone.
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| Duomo di Milano, 1386 - 1854 |
Ma come abbiamo accennato all’inizio il gusto del gotico internazionale non si vede soltanto nella pittura, ma anche nelle altre forme artistiche tra cui l’architettura. Uno degli esempi forse più importanti in tal senso è il Duomo di Milano, una delle più grandi chiese cristiane mai realizzate e i cui lavori iniziarono nel 1386 per concludersi molto più avanti nel 1854. Questo prolungarsi così a lungo dei lavori di costruzione si riflette anche nel susseguirsi di diversi architetti che hanno lavorato alla costruzione e che sono arrivati non solo dall’Italia ma anche da Francia e Germania. A complicare ulteriormente i lavori le dimensioni colossali della basilica, i quali crearono diverse complessità strutturali che i vari architetti hanno cercato di affrontare. Abbiamo inoltre anche alcuni disegni realizzati durante la costruzione dell’edificio che ci permettono di avere un’idea di come i lavori dovessero essere proseguiti nel corso del tempo. Per quanto riguarda la pianta, si tratta di una croce latina a 5 navate a ciascuna delle quali, sulla facciata, corrisponde un grande portone. Su queste navate si apre un corto transetto diviso a sua volta a tre navate oltre il quale si trova un abside poligonale nel quale le mura quasi scompaiono a favore di enormi vetrate policrome. A suddividere gli spazi 52 pilastri a fasci i quali a loro volta sorreggono archi a sesto acuto. Gli esterni invece sono dominati da un gran numero di archi rampanti, contrafforti, gugliette e grandi finestroni policromi che danno al Duomo quel tipico aspetto goticheggiante. Per quanto riguarda il materiale utilizzato è stato scelto il marmo di Candoglia caratterizzato dalla tipica sfumatura rosa che ancora oggi si può ben vedere. Interessante qui notare come le cave da cui tale marmo era estratto, all’epoca appartenenti alla famiglia Visconti, vennero donate alla Fabbrica del Duomo che si stava occupando della sua realizzazione e che tutt’oggi si occupa della sua manutenzione.




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