La legge sull'aborto

Dopo anni di durissime battaglie e manifestazioni nelle piazze, il 22 maggio 1978, con sì 160 e 148 no il Senato approvava in via definitiva la legge 194 sull'aborto. Votarono a favore Comunisti, socialisti, socialdemocratici, repubblicani e liberali. A votare contro democristiani e MSI.

 


Dopo l’approvazione quasi tutti i giornali parlarono di un passo importante per la società italiana, un passo nella direzione delle libertà, dei diritti e dell’emancipazione. Solo l’Avvenire, il giornale dei vescovi, si dice amareggiato. Una posizione non molto distante da quella della CEI (l’assemblea dei vescovi italiani) che si pose in una posizione di aperto contrasto alla norma parlando di sacralità della vita umana, e del diritto di nascere come diritto inalienabile dell’essere umano. 

Non era la prima volta che l’Italia si trovava davanti a un tema molto dibattuto, tanto da definire questa legge come “la legge della discordia”. Nel 1974 infatti un’altra campagna referendaria aveva diviso il paese: si tratta della legge Fortuna-Baslini, meglio nota come la legge che legalizzò l’aborto. Dietro all’opposizione a entrambe queste proposte vigeva una radice comune: una visione patriarcale della società per la quale la donna non era un individuo indipendente ma era quasi una proprietà dell’uomo. Non solo. Questa idea si estendeva anche al bambino che esse portavano in grembo che, per molti anni, fu considerato anch’esso una proprietà del padre, quasi come se la donna fosse solo uno strumento della nascita e non parte integrante di questo processo.

Ma facciamo un ulteriore passo indietro. In Italia l’aborto, in tutte le sue forme, era vietato fin dai tempi del fascismo, in cui era stato inserito come reato contro la morale, contro la stirpe e, soprattutto, contro la razza. Non dimentichiamoci che negli anni del fascismo uno degli obiettivi del regime di Mussolini fu quello di sostenere le famiglie affinché facessero figli da offrire alla patria. La legge sull’aborto quindi era la naturale evoluzione normativa di questa visione. Per quanto riguarda l’aborto, ce lo dicono le statistiche, non c’è alcun legame tra legislazione sull’interruzione di gravidanza e numero di aborti volontari. Sì perché i dati ci dicono che il numero di aborti non varia con il cambiare della legge. Da qui il grande dramma degli aborti clandestini. Migliaia di donne nel corso degli anni, per poter rivendicare il proprio diritto a decidere del proprio corpo, furono costrette a mettere a rischio la loro salute con aborti clandestini. Alcune di loro non sopravvissero all’intervento. Non solo, in alcuni casi sia chi lo subiva, che chi lo esercitava, venivano arrestate. Si perché la legge sull’aborto puniva sia chi fisicamente lo compiva che la donna incinta che ne faceva uso.

Torniamo alla nostra storia. Le richieste per avere una legge sull’aborto che garantisse un’interruzione di gravidanza sicura, gratuita e assistita iniziarono quasi contemporaneamente all’approvazione della legge sul divorzio. A guidare questa richiesta furono soprattutto due donne, provenienti dall’ambito dei movimenti femministi e del mondo radicale: Emma Bonino e la presidente del C.I.S.A. (Centro d'informazione sulla sterilizzazione e sull'aborto) Adele Faccio.

Mentre nelle strade continuano le manifestazioni pubbliche e nelle aule del parlamento si susseguono presentazioni di proposte di leggi e bocciature, un fatto drammatico porta il paese a un primo passo avanti. Da lì a poco meno di due anni il Parlamento approvò la legge 194 che, pur contrastando l’aborto come forma di controllo delle nascite e consentendo per i ginecologi l’obiezione di coscienza, introduceva finalmente il diritto delle donne di scegliere, entro il terzo mese dal concepimento, se portare o meno a termine la gravidanza. Insieme alla legge arrivarono subito le critiche di tutto il mondo cattolico, a partire dallo stesso papa Paolo VI. A fare ulteriore pressione sul parlamento furono alcune sentenze della Corte Costituzionale che, provvedimento come provvedimento, prese a spallate il tema aprendo un vuoto normativo che la politica fu chiamata a rispondere.

Appena approvata la norma iniziò una campagna durissima contro la neonata legge che sfociò nella raccolta firme per la sua abrogazione. Non solo, tra liste di attese lunghissime, medici obiettori e strutture incapaci di accogliere la richiesta la legge 194 partì subito azzoppata. Il referendum alla fine si tenne. E il 18 marzo 1981 gli italiani furono chiamati a dare il loro parere su 6 quesiti di cui due relativi alla 194. Il primo presentato dai movimenti per la vita che ne chiedevano la sua completa abolizione, il secondo invece, presentato dai Radicali, aveva l’obiettivo di allargare le maglie della legge. La campagna referendaria fu durissima e per mesi si susseguirono dibattiti infuocati sul tema. Alla fine alle urne si presentò più del 79% degli aventi diritto e entrambi i quesiti alla fine vennero bocciati sancendo così la definitiva ratifica della legge 194 per come era uscita dalle Camere.

Nonostante la sua approvazione tutt’oggi la 194 non è del tutto applicata. Si perché tra obiettori di coscienza (che in alcune regioni arrivano al 90%), carenza di fondi e personale per i consultori e tempi di attesa molto lunghi ancora oggi l’accesso al fine vita non è un diritto sempre e ovunque garantiti.

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