Brunelleschi e Ghiberti

 Brunelleschi e Ghiberti, ognuno nel proprio campo, furono senza dubbio due tra i più importanti protagonisti del primo Rinascimento, rappresentando appieno con le loro opere le novità stilistiche che questo nuovo periodo porta con sé.



Uno dei principali protagonisti del Rinascimento è senza dubbio Filippo Brunelleschi, la cui arte fu talmente apprezzata nella sua capacità di rivoluzionare il paradigma dell’architettura che il Vasari lo definì “un dono del cielo”. Nato nel 1377 dal notaio Brunellesco Lippi, Brunelleschi ebbe una formazione molto ricca, che va dallo studio del latino a quello delle scienze esatte, anche se la sua passione fin da subito andò per le arti maggiori. A ciò si andarono a sommare diversi viaggi a Roma dove Brunelleschi poté entrare in contatto con i resti dell’architettura romana. Fu proprio nel campo dell’arte che iniziò la sua carriera, in particolare come orafo anche se la vera svolta nella sua carriera arrivò nel 1401, quando partecipò – a soli 24 anni – al concorso per la Porta Nord del battistero fiorentino. Da quel momento in avanti Brunelleschi si sarebbe dedicato per tutta la vita all’architettura e la sua fama lo porterà a lavorare in giro per tutte le corti dell’Italia centro-settentrionale anche se centro della sua attività fu la città di Firenze. Come abbiamo accennato, e in linea con lo spirito rinascimentale, l’operato di Brunelleschi si basa sulla riscoperta dell’antichità, in particolare quella romana, da cui prende ispirazione. Ciò si vede molto bene se guardiamo ai caratteri generali del suo lavoro, a partire dalla ripresa degli ordini architettonici (in particolare quello corinzio), l’uso dell’arco a tutto sesto accompagnato da colonne lisce o lesene scanalate e, a partire dagli anni Trenta, l’uso sempre più massiccio della linea curva che va a sostituire progressivamente quella retta.

Brunelleschi, Cupola di S. Maria del Fiore, Firenze

Certamente quando parliamo di Brunelleschi tutti noi pensiamo immediatamente a quella che è probabilmente una delle opere simbolo del Rinascimento: la cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze. I lavori dell’edificio progettato da Arnolfo di Cambio erano iniziati nel 1310 ma, all’alba del 1418, mancava ancora l’enorme cupola per la cui realizzazione venne indetto un concorso al quale Brunelleschi partecipò vincendolo. Ma realizzare una copertura a cupola così grande (il diametro pensate è di circa 50 metri) era tutt’altro che semplice. Per superare questo ostacolo Brunelleschi progettò un vero e proprio miracolo architettonico: una cupola autoportante (ossia capace di auto sorreggersi durante la costruzione senza la necessità di un’impalcatura lignea di supporto). Nel 1420 Brunelleschi poté quindi cominciare i lavori per quella che Michelangelo definirà “la grande macchina”. Ad aiutarlo nell’ingente progetto troviamo anche Lorenzo Ghiberti, il quale aveva anch’egli presentato un progetto per la cupola, che però ebbe fin da subito un ruolo di secondo piano anche visto l’orgoglio che Brunelleschi aveva per il proprio ruolo. La cupola si appoggia a un tamburo ottagonale parzialmente rivestito di marmo entro il quale si aprono otto grandi loculi circolari. L’enorme copertura è poi scandita da otto costoloni in marmo bianco che convergono verso la cima dove si apre una lanterna cuspidata (ossia a punta) che ricorda un tempietto a pianta centrale sulla cui sommità troviamo un globo dorato con una croce. Per raggiungere questa lanterna si passa da una serie di scalette e corridoi che si aprono tra le due calotte – una interna (più spessa) e una esterna (più sottile) – che compongono l’enorme cupola. La costruzione della cupola, con tutte le sue difficoltà, tenne occupato Brunelleschi per tutta la vita; solo nel 1436 infatti l’enorme struttura venne completata e si poterono iniziare i lavori dell’edicola marmorea che però, alla morte del Brunelleschi nel 1446, non era ancora conclusa.

Brunelleschi, Spedale degli Innocenti, Firenze

Un'altra importante opera realizzata dal Brunelleschi è lo Spedale degli Innocenti di Firenze, i cui lavori iniziarono nel 1419 per concludersi nel 1436, anche se Brunelleschi vi lavorò fino al 1423 per poi lasciare la conduzione del lavoro ad altri. Costruito dalla corporazione dell’arte della seta lo Spedale nasceva come luogo dove accogliere i bambini orfani. L’edificio si articola intorno a un grande chiostro centrale che funge da vera e propria piazza porticata e attorno al quale si aprono la chiesa e il dormitorio per gli orfani. L’edificio, quasi come fosse un tempio classico posto sullo stilobate, risulta rialzato di 9 gradini. Stesso numero lo ritroviamo nel numero di archi posti su ogni lato del chiostro e delle rispettive volte a vela che si aprono nel porticato. Sugli archi a tutto sesto, sorretti da colonnine corinzie, si appoggia una trabeazione a tre fasce sorretta anche da alcune paraste scanalate poste all’estremità dei lati del chiostro. Trabeazione che, cosa interessante da notare, alle estremità si va a piegare ad angolo retto voltando verso il basso. Nei timpani degli archi si aprono poi dei tondi che nel 1487 vennero sostituiti da ceramiche realizzate da Andrea Della Robbia. Nove poi sono anche le finestre timpanate che si aprono al primo piano. A regnare in tutto l’edificio è l’equilibrio, dato dall’utilizzo di proporzioni chiare che si ripetono, come nel loggiato modulare dove lo spazio tra una colonna e l’altra – intercolumnio – è pari sia all’altezza delle colonne stesse che alla profondità del porticato.


Brunelleschi, Cappella de Pazzi, Firenze

Proseguendo nel lavoro di Brunelleschi non possiamo non parlare della Cappella de’ Pazzi, costruita all’interno del chiostro della Basilica di Santa Croce su commissione di Andrea de’ Pazzi, esponente di una delle famiglie di mercanti e banchieri fiorentini più importanti dopo i Medici. La tradizione la attribuisce a Filippo Brunelleschi anche se alcuni elementi stilistici poco conformi rispetto ai lavori dell’architetto e l’assenza di una base documentale a supporto di questa ipotesi, hanno fatto sospettare che il vero progettista fosse Michelozzo di Bartolomeo. I lavori iniziarono negli anni Trenta del Quattrocento ma si concluderanno solamente 1461, quasi 20 anni dopo la morte del Brunelleschi. L’ambiente della cappella è coperto al centro da una cupoletta affianco della quale troviamo due volte a botte. Tutta la cappella è poi decorata da tondi di terracotta invetriata realizzati dal già citato Luca Della Robbia. Visto che la cappella era anche il luogo di ritrovo dei frati di Santa Croce venne realizzata una panca in muratura che corre lungo tutto il perimetro interno dell’edificio. Su tutti i lati, benché ridotte a elementi puramente decorativi, troviamo quattro paraste scanalate sulle quali si instaura un architrave che regge due archi concentrici a tutto sesto. La facciata, non ultimata, si presenta divisa in due livelli: in basso troviamo un portico con colonne corinzie trabeate (dettaglio che stona con lo stile architettonico di Brunelleschi che non è mai ricorso a questo tipo di soluzione) mentre quello superiore, al cui centro – in coincidenza col portale d’ingresso – si apre un arco a tutto sesto, troviamo un muro pieno decorato a riquadri racchiusi in piccole parastine che sorreggono un architrave con un fregio ondulato. Alzando lo sguardo chiude l’edificio un tamburo circolare il quale regge una copertura della volta a tronco di cono sul quale si apre una piccola lanterna.

Un altro grande artista di questo periodo e con cui Brunelleschi, come abbiamo accennato, aveva un rapporto non facilissimo fu Lorenzo Ghiberti. Nato a Firenze nel 1378 è proprio nel capoluogo toscano che Ghiberti svolge la maggior parte della sua attività ed è proprio a Firenze che morirà quasi ottantenne nel 1455. Si forma nella bottega orafa del patrigno Bartolo di Michele dove imparò l’arte della fusione e del cesello a cui, col tempo, affiancherà anche l’attività di architetto. Viaggiò poi a Roma e a Venezia dove entra in contatto con le maestranze locali.



Ghiberti, Porta Nord del Battistero di Firenze

Il più importante lavoro che ha reso celebre Ghiberti è senza dubbio la decorazione della Porta Nord del Battistero di Firenze di cui aveva vinto il bando indetto dall’Arte dei Mercanti battendo anche Brunelleschi. I lavori iniziarono nel 1403 e per riuscire a svolgere il lavoro Ghiberti apre una bottega che presto diventerà un punto di riferimento per tutta la città di Firenze e dalla quale passeranno grandi artisti come Donatello e Paolo Uccello. La porta fu poi inaugurata solo a Pasqua del 1424, dopo oltre 20 anni di lavoro. Interessante qui notare come, nella parte in basso a destra, Ghiberti firmò la sua opera con la frase latina “opera di Lorenzo Fiorentino”. La porta si compone 28 formelle dalla forma quadrilobata mistilinea con a tema scene tratte dalla Vita e dalla Passione di Cristo mentre nei due registri inferiori di ambo le ante troviamo ritratti degli evangelisti e di dotti della chiesa. Le formelle sono incorniciate da cornici floreali con testine di profeti e sibille a ogni intersezione. In quest’opera Ghiberti è in grado di ben conciliare la tradizione del gotico internazionale con una vena più realistica che ben emerge nei volumi dei soggetti e un primo accenno di prospettiva

Ghiberti, Porta del Paradiso, Battistero di Firenze

Dato il grande successo ottenuto dalla Porta Nord, quando l’Arte dei Mercanti decide di finanziare la realizzazione dell’ultima porta del Battistero detta Porta del Paradiso, quella rivolta verso la cattedrale – e quindi ritenuta la più importante – si decide di affidarla direttamente a Ghiberti. L’incarico gli verrà assegnato ufficialmente nel 1425 e i lavori proseguiranno anche in questo caso per diversi anni fino al 1452. Ad aiutarlo alla realizzazione della porta ci saranno anche i suoi figli, Tommaso e Vittorio. Talmente Ghiberti era apprezzato che l’Arte dei Mercanti gli concesse sostanzialmente carta bianca, sia per quanto riguarda i soggetti da trattare – Ghiberti sceglierà di realizzare immagini tratte dall’Antico Testamento – che come organizzare il lavoro. Ghiberti decise allora di ridurre il numero di formelle da 28 a 10 e di renderle quadrate, abolisce poi le singole cornici sostituendole con una grande cornice che abbraccia su ogni anta le 5 formelle decorata con figure bibliche e testine di sibille e profeti inserite in tondi. In questa Porta osserviamo la definitiva mutazione del gusto del Ghiberti alle nuove forme rinascimentali, i personaggi sono robusti e realizzati con cura, inseriti all’interno di paesaggi riccamente decorati e, cosa più importante, si può osservare l’applicazione di una rudimentale forma di prospettiva seguendo la tecnica inventata da Donatello chiamata stiacciato. Essa prevede che i personaggi posti in lontananza venissero realizzati con un rilievo bassissimo, come se fossero stiacciati (ossia schiacciati) sullo sfondo creando un’illusione di profondità. Enorme fu il successo della Porta, tanto che persino Michelangelo (noto per non essere particolarmente generoso nei complimenti) elogiò il talento del Ghiberti sostenendo che tale porta fosse degna del paradiso.

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