Il Rinascimento, di cui abbiamo visto esempi in architettura e nelle arti decorative, trova spazio anche in un’altra delle cosiddette arti maggiori ossia la scultura. Il più importante scultore di questo periodo, colui che per primo ha saputo rappresentare appieno il nuovo gusto rinascimentale, è senza dubbio Donato di Niccolò di Betto Bardi, noto ai più come Donatello. Nato a Firenze nel 1386 da una famiglia umilissima si forma nella bottega del Ghiberti dal quale, oltre alla tecnica, apprende anche la grande passione per l’arte classica (soprattutto romana). Proprio a Roma farà almeno due viaggi: il primo in compagnia dell’amico Brunelleschi ad inizio Quattrocento e il secondo negli anni ’30 questa volta in compagnia dell’architetto Michelozzo di Bartolomeo. Entrambi i casi furono per Donatello l’occasione per entrare in contatto dal vivo con l’eredità classica e in particolare con le opere scultoree da cui Donatello sarà profondamente influenzato. Tornando alla sua attività il grosso del lavoro di Donatello si svolse a Firenze ma fu attivo anche a Pisa, Prato, Ferrara, Siena e a Padova dove trascorse un decennio tra il 1443 e il 1454 sulle orme di Giotto. Morirà a 80 anni nel 1466 a Firenze. A tesserne le lodi sarà anche il Vasari, che lo definisce il primo scultore che oltre a riallacciarsi alla tradizione classica, riuscì a infondere ai suoi personaggi una profondità psicologica e un’umanità a lungo uniche nella storia dell’arte.
Un esempio perfetto per comprendere la forza rinnovatrice di Donatello nel campo delle arti sono le statue che negli anni ‘20 del XV sec. le Arti di Firenze commissioneranno per i tabernacoli (ossia le nicchie, le edicole esterne) della chiesa di Orsanmichele. Diversi tra gli artisti più noti e famosi dell’epoca si cimentano in questa impresa, tra cui anche Lorenzo Ghiberti, Nanni di Banco e Niccolò di Pietro Lamberti, e ciò ci permette di avere un confronto tra i vari linguaggi artistici. Se i lavori degli altri artisti, nonostante le loro differenze, sono ancora legati al gusto tardo-gotico – con un decorativismo esasperato che va a discapito anche del realismo – il lavoro di Donatello predilige invece una maggiore aderenza al vero. Il San Giorgio commissionato a Donatello dall’Arte dei Corazzai e Spadai nel 1417 infatti, pur presentando alcune caratteristiche che ancora la legano al gusto gotico (ad esempio nel panneggio) già emergono alcune delle caratteristiche che segneranno la nuova sensibilità di Donatello. San Giorgio è in piedi, con il volto leggermente ruotato a sinistra, appoggiato a un grande scudo crociato (probabilmente un tempo teneva anche una spada), con le gambe leggermente divaricate. A questa staticità fisica corrisponde anche una fermezza morale mista a inquietudine che ben si esprime nel volto del santo, con le sopracciglia contratte e la fronte aggrottata (forse rappresentato nell’atto di guardare un nemico in avvicinamento). Una vitalità dell’espressione che movimenta la staticità dell’opera, contrasto che si vede anche nella rigidità dell’armatura che si scontra con la morbidezza del mantello.
San Giorgio, Donatello (1415-1417)
Un’opera dove emerge in modo chiaro la nuova sensibilità donatelliana ormai arrivato alla sua maturità artistica è la formella di bronzo dorato rappresentante Il banchetto di Erode posta all’interno del Battistero di Siena. Al fronte battesimale collaborano anche grandi artisti dell’epoca come Jacopo della Quercia, Lorenzo Ghiberti e altri. Si tratta del famoso episodio della decapitazione del Battista ordinata da Erode per compiacere la giovane nipote Salomè. La scena è ambientata all’interno di una domus romana (domus che aveva avuto modo di osservare durante i suoi soggiorni romani), i cui spazi sono scanditi da serie parallele di arcate a tutto sesto. Proprio sull’articolazione prospettica degli spazi, con i piani che si rimpiccioliscono man mano che ci si allontana dallo spettatore con una sorta di visione a cannocchiale accentuata anche dall’uso di un rilievo sempre più schiacciato, si fonda quest’opera. Ogni livello infatti rappresenta una scena differente. In primo piano, sulla sinistra, troviamo un servitore inginocchiato che offre al vecchio Erode la testa del Battista su un vassoio, generando nel sovrano repulsione e orrore, drammaticità ben resa da Donatello sia nel volto di Erode che nel gesto delle mani aperte rivolte verso il vassoio. Ma Erode non è il solo a restare agghiacciato alla vista della testa decapitata, altri astanti infatti posti sulla sinistra si ritraggono sconcertati. Completa poi la scena la rappresentazione di Salomè, artefice dell’assassinio, che danza alla destra del tavolo. Questa scelta compositiva fa sì che si crei un vuoto nel centro della scena che collabora a creare un senso di profondità e realismo di chiaro stampo rinascimentale. Dietro la scena principale troviamo poi un suonatore di viola che allude alla danza dei sette veli che Salomé sta eseguendo in primo piano. Ancora più indietro troviamo poi un servitore che mostra la testa decapitata del Battista a (probabilmente) Salomè e due ancelle. Così facendo Donatello fa sì che ciò che è lontano nello spazio lo è anche nel tempo (ed è quindi venuto prima).
Banchetto di Erode, Donatello (1423-1427)
Ma l’opera probabilmente più famosa di Donatello è senza dubbio il David, una statua in bronzo alta circa un metro e mezzo e realizzata su commissione di Cosimo de’ Medici. La datazione è ancora dibattuta ma l’ipotesi più probabile è che sia stata eseguita introno agli anni ‘30/40 del XV sec. La statua, realizzata finemente con la tecnica della cera persa, è stata pensata per una visione a tutto tondo, in particolare con una prospettiva dal basso (molto probabilmente era posta su un alto basamento). Una scelta quella del tuttotondo, che unita alla decisione di realizzare una statua di nudo virile, sono richiami palesi al gusto della scultura classica. Identificato come Davide che troneggia sulla testa mozzata di Golia, a causa di alcuni elementi particolari, come gli stivali e lo strano cappello a punta, hanno portato alcuni studiosi a ipotizzare che si tratti di una rappresentazione del dio greco Hermes colto nell’atto di osservare la testa di Argo, il gigante che secondo la tradizione il dio uccise su ordine di Zeus. La posa anche ricorda la statuaria classica, con il peso del corpo scaricato su una sola gamba mentre l’altra è rilassata, ciò porta a un disassamento dell’anca che corrisponde a una posa uguale e contraria delle spalle. La testa poi risulta leggermente ruotata e inclinata verso il basso e, incorniciata dai fluenti capelli del giovane, troviamo un’espressione enigmatica che oscilla tra la pena e il compiacimento. Completa la figura la mano destra che impugna una lunga spada mentre la sinistra tiene nascosto un sasso. Troviamo poi il piede destro che poggia trionfalmente sulla testa del Golia. La luce è fondamentale, scivolando sulla liscia e perfetta pelle del giovane concentrare le ombre sulla parte bassa dell’opera e in particolare sulla testa mozzata.
David, Donatello (1440)
Un'altra importantissima statua realizzata da Donatello è il gruppo bronzeo di Giuditta e Oloferne, anche questo commissionato da Cosimo De’Medici (col quale Donatello aveva ormai stretto un rapporto quasi di amicizia) e datato tra il 1457 e il 1464. Si tratta di un’opera enorme, alta oltre due metri e realizzato attraverso la fusione di differenti pezzi di bronzo. L’opera che esprime bene la maturità dell’artista è inoltre uno degli ultimi lavori in bronzo di Donatello che, all’epoca aveva ormai all’incirca 70 anni. Che sia un lavoro di Donatello lo sappiamo per certezza in quanto l’artista stesso, secondo il Vasari per il grande orgoglio che provava per il suo lavoro, firmò l’opera (cosa che non aveva mai fatto). Il tema viene dal Vecchio Testamento e racconta la vicenda di Giuditta che per salvare la propria città assediata dagli Assiri finge di sedurre il comandante nemico Oloferne per poi ucciderlo durante la notte. Nell’opera di Donatello si vede Oloferne ferito e accasciato mentre Giuditta che lo sovrasta si prepara a colpirlo mortalmente con la scimitarra che tiene nella mano sinistra mentre con la mano destra tiene per la testa il comandante nemico. A colpire dell’opera è il realismo impressionante (a partire dal panneggio curato in ogni minimo dettaglio), che si riflette nella crudezza e nell’atrocità della scena a partire dalla testa di Oloferne quasi staccata dal corpo. Colpisce soprattutto il volto di Giuditta, che sembra presa quasi da un momento fugace di incertezza pronto a svanire nel momento in cui sferrerà il colpo mortale.
Giuditta e Oloferne, Donatello (1455-1460)
Per concludere questo viaggio nella produzione donatelliana non possiamo non citare uno degli ultimi lavori di Donatello: la Maddalena penitente. Quest’opera rappresenta il superamento da parte di Donatello del gusto rinascimentale, frutto di un artista ormai maturo e forte di una grandissima esperienza. Si tratta di una scultura in legno di pioppo, un materiale umile e adatto al tema, ed è stata realizzata per l’interno del battistero di San Giovanni a Firenze. La Maddalena penitente donatelliana supera ogni riferimento al mondo classico, a favore di una maggiore indagine psicologica del personaggio. La donna appare non solo sfigurata nel fisico come effetto dei prolungati digiuni, ma anche dilaniata nell’animo. La Maddalena è infatti rappresentata nella vecchiaia, nel periodo in cui secondo la tradizione pellegrinò incessantemente digiunando nelle foreste nel sud della Francia. Il volto leggermente ruotato è poi è sofferente e scavato, le mani congiunte in preghiera nodose così come i piedi, i capelli talmente lunghi da sembrare quasi un saio. Capelli che, grazie a un restauro, si è scoperto che in origine dovevano essere arricchiti da una stuccatura dorata. Il tutto ben rappresenta la grandezza interiore di una peccatrice ormai convertita a una vita di penitenza.
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