Beato Angelico e Paolo Uccello

Quando parliamo di pittura rinascimentale del primo XV sec., oltre a Masaccio ci sono anche altri nomi che è importante trattare, tra i quali spiccano certamente Beato Angelico e Paolo Uccello.




Quando parliamo di pittura rinascimentale del primo XV sec., oltre a Masaccio ci sono anche altri nomi che è importante trattare. Il primo è sicuramente Beato Angelico, al secolo Guido di Piero. Nato poco fuori Firenze intorno al 1400, a circa 20 anni entra nel Convento di San Domenico di Fiesole (dove affrescherà gran parte delle celle e degli spazi comuni) col nome di Fra Giovanni. Attivo come pittore e miniaturista fin dal 1417 probabilmente è stato allievo di Lorenzo Monaco. Tra il 1446 e il 1449 Beato Angelico viene chiamato a Roma dove su richiesta di Papa Niccolò V affrescherà la Cappella Niccolina. Dal 1449 al 1455 tornerà al Convento di San Domenico da dove era partito per ricoprire la carica di priore; da questo momento in avanti sospenderà ogni attività pittorica. Morirà poi a Roma gravemente malato nel 1455. L’origine del soprannome Beato Angelico deriva in parte dall’erudito Domenico da Corèlla che lo definì angelico pittore e dallo storico e umanista Cristoforo Landino che gli diede l’appellativo di Beato. Filo rosso di questi appellativi sono la rigida condotta morale combinata con una straordinaria sensibilità artistica.

Annunciazione, Beato Angelico, 1435 ca., Museo del Prado (Madrid)

Una delle sue opere più conosciute è l’Annunciazione, tema che Beato Angelico per il suo alto valore simbolico affronterà in diverse opere e di cui oggi vedremo la versione conservata al Museo del Prado che fa un po’ da prototipo per quelle a venire. L’opera, realizzata tra il 1425 e il 1426 per il Convento di San Domenico di Fiesole si compone di una tavola quadrata contenente l’annunciazione vera e propria al di sotto della quale troviamo una predella suddivisa in 5 scenette tratte dalla vita della Vergine (le sue nozze con San Giuseppe, la visita di Maria a sua cugina Santa Elisabetta, la nascita di Gesù Bambino, la Presentazione di Gesù al tempio e la Dormizione della Vergine con Cristo che riceve la sua anima). Concentrandosi sulla tavola principale vediamo a colpo d’occhio come quasi tutta la pala sia occupata da un edificio con loggiato entro il quale si svolge l’azione. La costruzione, dipinta seguendo le regole prospettiche, riflette quello che è il gusto architettonico rinascimentale e si compone di due ambienti: sul fondo troviamo una stanza (probabilmente la camera di Maria) che si apre su uno spazio aperto delimitato da colonne con capitello composito. La stanza è spoglia, arredata semplicemente con una panca e un cassone di legno e illuminata da una finestra di cui ne vediamo solo una piccola parte. Lo spazio esterno è delimitato da volte a crociera dipinte come fossero un cielo stellato con stelle dorate su fondo blu acceso. Il pavimento è poi di un marmo molto particolare realizzato con venature colorate. Per quanto riguarda la facciata esterna dell’edificio vediamo come le colonne reggano archi a tutto sesto nei cui timpani si aprono tre tondi, di cui quello centrale decorato con un rilievo del busto di Cristo. Completa al di sopra una sottile fascia decorata a girali floreali. Proprio in questo loggiato avviene il lieto evento, con l’angelo Gabriele, dalle ali dorate e un prezioso vestito riccamente decorato e panneggiato, che con le braccia giunte al petto si protende in una sorta di inchino verso la Vergine per annunciarle la notizia della sua gravidanza. Maria, seduta su un seggio coperto da un ricco drappo regge sulle gambe un libro simbolo delle scritture che si avverano. La vergine viene inoltre raggiunta da un fascio di luce dorata che parte dalla mano di dio posta nell’angolo in alto a sinistra e entro il quale troviamo la colomba simbolo dello Spirito Santo. Sulla sinistra, in un'ambientazione fantastica che richiama lo stile di Gentile da Fabriano, è raffigurata la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso. I due progenitori si trovano in un giardino rigoglioso, colmo di fiori e frutti di ogni genere, mentre alle loro spalle un angelo gli intima di lasciare l'Eden. Simbolicamente, i progenitori rappresentano il peccato originale, che sarà redento dalla venuta del Signore, annunciata dall'episodio dell'Annunciazione. I corpi sono solidi e ben delineati in linea con le novità introdotte da Masaccio, ma restano ancora legati al gusto gotico nella loro totale astrazione.


Beato Angelico, Cristo deriso, 1438-1440, Convento di S. Marco (Firenze)

Un’altra opera dell’Angelico molto interessante è senza dubbio il Cristo deriso, realizzato a più riprese tra il 1437 e il 1447 all’interno del Convento di San Marco di Firenze di cui si occuperà di decorare le celle e gli spazi comuni. In quanto questa opera, come le altre opere del ciclo, era pensata per un pubblico di soli frati la sua realizzazione è semplice ed essenziale, con temi che tratti dal Nuovo Testamento (in particolare Beato Angelico si concentra sui temi della crocifissione e della passione). Così facendo l’Angelico realizza non solo un ricco e raffinato apparato decorativo, ma anche uno spunto per la preghiera per gli ospiti del Convento. Il Cristo deriso e bendato si trova in una cella, rappresenta al centro della scena seduto su uno scranno a suo volta posto su una predella. Più in basso ai lati troviamo, seduti e assorti nella meditazione, San Domenico e la Vergine che dà le spalle al figlio. Pur essendo la scena ambientata di notte (come si vede dal blu scuro che si vede al di sopra della parete di fondo dietro al Cristo) il dipinto è inondato da una luce molto intensa che si riflette sulle candide vesti bianche di Gesù simbolo della sua purezza e innocenza. Intorno al Cristo poi troviamo solo accennati i soldati che lo stanno deridendo. In un elaboratissimo esercizio di astrazione Beato Angelico decide di non rappresentare chi sta oltraggiando il figlio di Dio ma si limita a coglierne i gesti tra cui sputi, schiaffi e un colpo di verga. Cristo in tutto questo sopporta con pazienza. Anche qui, come per l’Annunciazione, le figure pur nel loro realismo risultano ancora legate a un’astrazione e a un distacco tipiche del gusto precedente.

Un altro importante artista capace di intercettare le novità del primo Rinascimento è Paolo Uccello. Nato da una famiglia poverissima fin da giovane ha una passione per il disegno che lo porta a dedicarsi alla copia dal vero, in particolare degli uccelli (e da qui il soprannome). Formatosi alla bottega del Ghiberti con il quale collaborò alla realizzazione della Porta Nord del Battistero di Firenze, nel 1425 si recherà a Venezia dove lavorerà ai mosaici di San Marco entrando in contatto con l’eredità bizantina reinterpretata in chiave gotica. Nel 1430 al suo rientro a Firenze si confronta finalmente con la rivoluzione rinascimentale portata avanti da Masaccio nel campo della pittura, Donatello nella scultura e Brunelleschi nell’architettura. Soprattutto da quest’ultimo e dalle sue innovazioni nel campo della prospettiva Paolo Uccello venne fortemente influenzato e nelle sue opere sperimentò molto con le costruzioni prospettiche.


Paolo Uccello, Monumento a Giovanni Acuto, 1436, S. Maria del Fiore (Firenze)

Un lavoro che ben riflette questa sensibilità è senza dubbio il Monumento a Giovanni Acuto, un enorme affresco realizzato nel 1436 nella navata sinistra della Cattedrale di Santa Maria del Fiore. L’opera celebra John Hawkwood, condottiero inglese italianizzato in Giovanni Acuto che nel 1364 giudò l’esercito di Firenze contro Pisa nella vittoriosa battaglia di Càscina. A commissionare l’opera in memoria del condottiero morto a Firenze nel 1394 fu il sovrano inglese Riccardo II. L’affresco si ispira al tema classico del gruppo equestre (cavallo e cavaliere), con le due figure poste al di sopra di un sarcofago a sua volta posto su un basamento sorretto da tre mensoloni decorati a foglie ricurve. L’intera opera, fatto salvi alcuni elementi (come gli stemmi sul basamento o alcuni dettagli dei paramenti del cavallo) è monocroma con l’obiettivo di dare il più possibile l’impressione che si tratti a tutti gli effetti di una scultura. Le figure sono definite da un forte chiaroscuro dove il contrasto tra le zone d’ombra e le parti illuminate collabora a mettere in evidenza una anatomia studiata nel dettaglio. ll cavallo, le cui forme curve ricordano un susseguirsi di cerchi, ha una delle zampe anteriori sollevata, le narici dilatate, la bocca aperta e gli occhi sporgenti. La costruzione delle figure è fortemente geometrica, il gruppo infatti è iscrivibile in un quadrato la cui mediana interseca perfettamente lo zoccolo della zampa posteriore destra. Per ovviare alle distorsioni che il punto di vista ribassato del basamento avrebbe avuto sul cavallo (che sarebbe apparso schiacciato e pesante) Paolo Uccello scelse di optare per il cavaliere e il suo cavallo un secondo punto di vista frontale.

Paolo Uccello, Battaglia di San Romano, 1438, divise tra National Gallery (Londra), Uffizi (Firenze) e Louvre (Parigi)

Un’altra importante opera di Paolo Uccello è la Battaglia di San Romano, opera composta da tre grandi tavole a tempera realizzate all’incirca nel 1438 su commissione di Lionardo di Bartolomeo Bartolini Salimbeni per la sua residenza fiorentina (e non come voleva la tradizione Cosimo il Vecchio).L’opera però negli anni ’80 del ‘400 venne fatta prelevare da Lorenzo il Magnifico che la portò a Palazzo Medici. In occasione di questo trasloco le tavole furono adattate per la nuova location e rese rettangolari. Il destino delle tre pale fu però turbolento, e oggi sono conservate tra la National Gallery di Londra, gli Uffizi di Firenze e il Louvre di Parigi. Il tema dell’opera è la battaglia che nel giugno 1432 oppose le truppe fiorentine, comandate da Niccolò Tolentìno, all’esercito dell’eterna rivale Siena e di cui le tre tavole ne rappresentano momenti diversi. Importante il lavoro di Paolo Uccello nel costruire una scatola prospettica entro cui inserire le vicende, più semplice per quanto riguarda le tavole di Londra e Firenze dove a definire gli spazi sono le armi sparse a terra, più complessa nella tavola del Louvre dove i punti di fuga sono molteplici. Altra particolarità della pala conservata a Parigi è il fatto che mentre le altre due rappresentano attimi di combattimento (quella della National Gallery, la peggio conservata, rappresenta infatti Niccolò Tolentìno alla testa dei fiorentini mentre quella degli Uffizi mostra il disarcionamento di Bernardino Ubaldini della Carda condottiero senese), quella parigina mostra Micheletto Attendolo da Cotignola al centro della scena in groppa al suo cavallo nero. Tornando alla costruzione spaziale della pala, a dare volume e a suggerire profondità e un gran numero di personaggi troviamo le armi dei cavalieri levate verso l’alto che finiscono quasi per formare una sorta di bosco di lance.

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