Leon Battista Alberti

Se Donatello nella scultura, Masaccio nella pittura e Brunelleschi nell’architettura furono i grandi protagonisti del primo rinascimento sarà Leon Battista Alberti a dare una sistematizzazione teorica alle innovazioni introdotte nel primo Quattrocento attraverso i suoi famosi trattati.





Quattrocento attraverso i suoi famosi trattati. Nato a Genova nel febbraio 1404 da una ricca famiglia fiorentina in esilio si trasferì presto prima a Venezia e poi a Padova. Nonostante le difficoltà economiche dovute alla morte prematura del padre nel 1421 riesce a laurearsi in legge a Bologna nel 1428, anno in cui venne meno il bando della sua famiglia dal capoluogo toscano e Leon Battista Alberti poté per la prima volta vedere Firenze in tutta la sua bellezza. Dal 1432 si trasferisce a Roma dove si mette al servizio del Papa e due anni dopo, sempre al seguito del pontefice, girerà per il centro Italia prima a Ferrara e poi a Firenze. Dopo questi viaggi rientrerà a Roma dove vi risiederà fino alla morte a 68 anni nel 1472. L’Alberti fu anche un grande umanista, che vedeva nell’antichità una fonte di insegnamento ma anche uno spunto con il quale confrontarsi continuamente.

Fondamentale, oltre ovviamente alle opere architettoniche, anche il lavoro teorico dell’Alberti di cui abbiamo accennato poc’anzi. Alberti scrisse di tanti temi, dalla geometria alla topografia ma le sue opere più importanti sono quelle dedicate alla pittura (il De Pictura), all’architettura (il De re aedificatoria) e alla scultura (De statua). Nel De Pictura Alberti espone i principi della prospettiva, definisce cosa sia il disegno (che lui descrive come la linea di contorno) ma tratta anche dell’importanza della composizione e del ruolo della luce e del colore nella costruzione dei soggetti. Nel De Statua invece l’Alberti affronta tra le altre cose anche le proporzioni ideali delle varie parti del corpo. Nel De re aedificatoria invece emergono le influenze non solo del Brunelleschi, ma anche della grande tradizione dell’architettura antica che l’Alberti ebbe modo di vedere e studiare dal vivo durante i suoi soggiorni romani. In questo trattato si parla dell’architettura in modo organico, dai materiali da costruzione ai procedimenti costruttivi di case, ponti, strade, dall’urbanistica alla canalizzazione delle acque passando per il restauro degli edifici.

Tempio Malatestiano, Leon Battista Alberti, 1447 - 1503. Rimini

Uno dei primi progetti architettonici dell’Alberti fu il cosiddetto Tempio Malatestiano, realizzato a partire dal 1447. Si tratta in realtà del rifacimento della chiesa gotica di San Francesco a Rimini su commissione del signore della città Sigismondo Pandolfo Malatesta che la voleva rendere memoriale celebrativo suo e della moglie Isotta degli Atti oltre che dei principali umanisti di corte. Se i primi lavori, come abbiamo accennato, iniziarono negli anni ’40 del XV sec. il rifacimento degli esterni si avviò solamente a partire dal 1453. Mentre i lavori di ristrutturazione dell’interno sono di incerta attribuzione, in passato si pensava infatti fossero opera di Matteo de’Pasti anche se oggi si tende a farli risalire all’Alberti stesso, il progetto degli esterni è sicuramente di paternità albertiana anche se la concreta realizzazione fu affidata al già citato de’Pasti. Leon Battista Alberti infatti riteneva che l’attività dell’architetto fosse esclusivamente teorica, e di conseguenza non si occupava della direzione dei lavori che affidava sempre a qualcun altro. Partendo dall’interno l’edificio è realizzato con un’unica navata ai lati della quale, introdotte da archi a sesto acuto incorniciati da paraste su piedistalli, si aprono tutta una serie di cappelle. Per quanto riguarda l’estero Alberti sceglie di utilizzare una pietra calcarea bianca estratta in una cava di Verona. Il progetto di rifacimento degli esterni, però, venne fatto senza curarsi più di tanto di quella che era la facciata preesistente. Si pensi ad esempio ai due archi ciechi posti ai lati nell’ingresso e incorniciati da semicolonne scanalate corinzie su piedistalli cesellati, che non sono però in asse con i preesistenti oculi circolari gotici posti al piano di sopra. Il primo piano della facciata è come abbiamo appena accennato è tripartito e al centro troviamo il portale d’ingresso timpanato inquadrato in una grande arcata a tutto sesto. La fonte di ispirazione dell’Alberti viene dalla classicità, e in particolare dagli Archi di trionfo, primo fra tutti quello di Augusto che si trova non a caso a Rimini. L’obiettivo simbolico era quello di celebrare il Malatesta allo stesso modo del primo imperatore romano. A sorreggere l’intera struttura troviamo poi un alto basamento che ricorda i crepidoma degli antichi templi greco-romani. Come si può facilmente osservare a colpo d’occhio la facciata del Tempio Malatestiano risulta incompiuta. Questo dipese dal fatto che dal 1462 le fortune del Malatesta si rovesciarono portandolo a non avere più i fondi per il proseguimento dell’opera. Ogni ipotesi di completamento venne poi definitivamente meno nel 1468 con la morte del fu signore di Rimini. Grazie però al rinvenimento di una medaglia in bronzo di circa 4cm di diametro risalente al 1453 circa e realizzata dallo stesso Matteo de’Pasti, siamo in grado di avere un’idea (seppur solo abbozzata) di quello che fosse stato il progetto originale dell’Alberti. Proprio da questa medaglietta siamo in grado di osservare come non solo a concludere la facciata ci dovesse essere un grande arco a tutto sesto sostenuto da lesene corinzie (di cui abbiamo dei resti) ma anche che la copertura del tempio dovesse essere costituita da una grande cupola emisferica a imitazione di quella del Pantheon. Altre differenze rispetto a quanto possiamo osservare oggi si trovano nei timpani, in origine curvilinei oggi spioventi, e nelle arcate cieche che in origine avrebbero dovuto ospitare i sarcofagi di Malatesta e sua moglie. Per quanto riguarda poi i fianchi della chiesa una serie di archi a tutto sesto sostenuti da pilastri rimandano al modello del Colosseo ma anche ai grandi acquedotti romani.

Palazzo Rucellai, Leon Battista Alberti, 1446 - 1451, Firenze

Un altro importante lavoro di Leon Battista Alberti, sta volta in campo civile, è il rinnovamento della facciata del Palazzo Rucellai di Firenze che prende il nome da Giovanni Rucellai, uno dei più ricchi mercanti della città nonché committente del palazzo (e che tutt’ora appartiene alla sua famiglia). Si tratta di un progetto basato sulla sovrapposizione di ordini seguendo lo stile tipico dell’architettura romana. L’ispirazione della facciata viene infatti dal frontone del Colosseo e dal Teatro di Marcello, anche se si possono vedere delle influenze provenienti dal Battistero di Firenze. La volontà è quella di creare una progressione dall’ordine considerato più sobrio e robusto (il toscanico), in basso, a quello più snello, elegante e decorativo (il corinzio), in alto. L’impatto a prima vista è quindi quello di un edificio che si ispira apertamente all’antico. A occuparsi a partire dagli anni ’50 (la data non è certa), della materiale realizzazione della facciata, seppur su disegno dell’Alberti, è Bernardo Rossellino, l’architetto che si occupò anche del rifacimento degli interni tra il 1446 e il 1452. L’Alberti per questa facciata progetta un fronte di cinque campate poi esteso a sette anche se molto probabilmente la volontà era quello di estenderlo ulteriormente come si può notare dall’incompiutezza del lato destro. Di queste campate, le due corrispondenti agli ingressi sono leggermente più grandi delle altre creando una scansione regolare che prende il nome di travata ritmica. Per quanto riguarda invece la scansione orizzontale della facciata al piano terra troviamo, al di sopra di un basamento che ricorda l’opsu reticulatum romano, delle lesene molto sottoli di ordine tuscanico che reggono un architrave a fregio continuo sul quale si innestano delle lesene a capitelli a volute ricurve verso l’alto. Sulla trabeazione del primo piano troviamo poi delle lesene e capitelli corinzi semplificati su imitazione del Colosseo. Questa decisione si basa anche sulla consapevolezza che, vista l’altezza, dalla strada nessuno avrebbe potuto notare la raffinatezza dell’esecuzione. Conclude l’edificio un fregio sostenuto da una serie di mensole. Tutto l’edificio è poi decorato con un bugnato geometrico.

Facciata di Santa Maria Novella, Leon Battista Alberti, 1458 - 1470, Firenze

Tornando all’ambito dell’architettura religiosa non possiamo non citare il progetto per la facciata marmorea della chiesa di Santa Maria Novella a Firenze. A finanziare quest’opera troviamo sempre il già citato Giovanni Rucellai il cui nome è scritto a caratteri cubitali sotto il grande frontone timpanato insieme alla data di conclusione dell’opera ossia il 1470 (meno certa quella di inizio lavori che probabilmente si attesta intorno alla fine degli anni ’50). Prima dell’intervento di rinnovamento S. Maria Novella disponeva di una facciata di marmo gotica, in parte rivestita a tarsie marmoree bianche e verdi come da tradizione toscana. Di essa si conservano i due ingressi incastonati da arcate gotiche, i sei sarcofagi di eminenti fiorentini inseriti in archi a sesto acuto e il grande rosone al primo piano. L’Abilità dell’Alberti sta proprio nella capacità di innestare una soluzione moderna su un impianto preesistente riuscendo ad armonizzare perfettamente il nuovo con l’antico. Per quanto riguarda il piano inferiore Alberti realizza un portale centrale inserito in un grande arco a tutto sesto con volta a botte cassettonata retto da lesene scanalate incorniciate a loro volta da due colonne corinzie poste su un basamento su imitazione dell’ingresso del Pantheon. A congiuntura dei due piani troviamo poi una fascia decorata con cornici quadrate al cui centro troviamo un tondo a decorazioni geometriche. Al di sopra, tra due spioventi curvilinei e finemente decorati, troviamo quella che sembra una ricostruzione di un tempio classico tetrastilo con paraste corinzie decorate con marmi policromi. Esse sorreggono inoltre la trabeazione con il già citato nome del committente sulla quale si appoggia un timpano dentellato.


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