Parliamo oggi di 3 grandissimi protagonisti dell'arte rinascimentale: Filippo e Filippino Lippi e Andrea del Verrocchio.
Nato a Firenze attorno al 1406 da un macellaio di umili origini Filippo di Tommaso Lippi rimase giovanissimo orfano di padre (la madre era morta di parto) e dopo essere stato per un periodo affidato a una zia venne infine portato al convento carmelitano del Carmine di Firenze dove prese i voti nel 1421. Proprio nel convento fiorentino poté ammirare gli affreschi realizzati a partire dal 1424 dal Masaccio nella Cappella Brancacci, un incontro che lo porterà a dedicarsi anima e corpo alla pittura. Oltre a Firenze fu attivo anche a Prato e a Spoleto dove si spense a 63 anni nel 1469 mentre lavorava agli affreschi del Duomo spoletino.
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| Filippo Lippi, Pala Barbadori, 1437-1439 ca., tempera su tavola, Louvre (Parigi) |
Una delle sue opere più significative è senza dubbio la cosiddetta Pala Brbadori, una tavola a tempera databile tra il 1437 e il 1439 e oggi conservata al Louvre di Parigi dopo le spoliazioni napoleoniche. L’opera prende il nome Gherado di Bartolomeo Barbadori, un ricco fiorentino che morto senza eredi lasciò tutti i suoi beni alla congregazione di Orsanmichele con l’impegno che edificassero a sua memoria una cappella dedicata a San Frediano nella chiesa di Santo Spirito. L’opera ricorda il tema della Maestà, ossia la Madonna con bambino in trono, in una versione però del tutto rinnovata. La madre, infatti, viene rappresentata stante al centro della scena col Gesù neonato in braccio i quali sono circondati da un gruppo di angeli e due santi (Frediano e Agostino) inginocchiati in primo piano. Tutte le figure sono quindi inserite in un unico grande spazio, movimentato solamente da due colonne poste al centro della sala e due balaustre appena accennate in primissimo piano. Il tutto è reso ancora più uniforme da una luce calda che avvolge tutti i personaggi. La pala è inserita in una cornice che nella parte superiore si districa in tre archetti pensili a tutto sesto di cui quello centrale leggermente più ampio e rialzato rispetto a quelli laterali. La scena è ambientata in un esuberante interno curato in ogni minimo dettaglio e costruito introno a una solida costruzione prospettica. Se le figure, nella loro monumentalità, ricordano da vicino lo stile del Masaccio, l’uso del colore ricorda l’astratta luminosità del Beato Angelico. La pala era inoltre completata anche da una predella che dopo la restaurazione venne restituita a Firenze e oggi è conservata alla Galleria degli Uffizi. La predella si compone a sua volta di tre pannelli che rappresentano: San Frediano che devia il corso del Serchio, Annunciazione della morte della Vergine e arrivo degli Apostoli e l’Apparizione dello Spirito Santo a sant'Agostino. Le figure, talmente plastiche da ricordare quasi delle sculture, sono tutte riccamente vestite con abiti classicheggianti.
Come abbiamo detto Filippo Lippi morì a Spoleto nel 1469 mentre si stava occupando della decorazione del Duomo. A completare il suo lavoro fu allora il figlio Filippino. Nato con ogni probabilità tra il 1457 e il 1458 si formò a bottega prima dal padre e poi da uno dei più grandi artisti del periodo ossia Sandro Botticelli fu molto attivo a Firenze, dove affrescò la cappella Strozzi, e Roma dove risiedette tra il 1488 e il 1493. Proprio a Roma entrò in contatto con l’antico, rimanendone profondamente affascinato. Morirà a Firenze a meno di 50 anni nel 1504.
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| Filippino Lippi, Visione di S. Bernardo di Chiaravalle, 1485-1486, tavola ad olio, Badia Fiorentina (Firenze) |
Una delle sue opere più note è sicuramene la Visione di San Bernardo di Chiaravalle, una tavola a olio realizzata tra il 1485 e il 1486 per il Monastero delle Càmpora a Marignòlle a poca distanza da Firenze. Il convento però nel 1529 venne distrutto e il dipinto spostato nella Chiesa della Badìa Fiorentina di Firenze dove ancora oggi è conservato. La scena è inserita in un’ambientazione suddivisa in due piani, sullo sfondo troviamo valli e colline costellate di chiese, campanili e fattorie, mentre in primo piano vediamo un ammasso di rocce. Tutto il paesaggio è inserito in un’unica scatola prospettica unitaria che vede come unico punto di fuga la testa della Madonna. Davanti a quest’ultima San Bernardo, seduto su un’asse di legno, alza lo sguardo dallo scrittorio fatto con un tronco dai rami tagliati per osservare la Vergine che gli compare innanzi a sé. In questa inquadratura le rocce finiscono per diventare una sorta di piccolo studio all’aperto, entro il quale sono disseminati libri – di cui uno, il Vangelo di Luca, aperto sulle pagine che narrano l’annunciazione a Maria da parte dell’Arcangelo Gabriele –, fogli, una clessidra e una fiaschetta proprio al di sotto del leggio. Tra le rocce si vede inoltre una scritta latina traducibile in italiano come “sopporta il dolore e astieniti dai beni apparenti” che riassume l’etica della filosofia stoica che impone di astenersi dalle situazioni che non si possono controllare sopportando gli eventi del fato poiché sono provvidenziali e necessari. A sinistra, come accennato si erge la Vergine, alta, sottile, composta nella posa e colta mentre pone la mano destra sul libro del santo. Essa è vestita con un abito rosso acceso sopra al quale la Vergine indossa una mantella blu con alcuni inserti in oro. Al suo fianco troviamo poi quattro angeli dal capo nimbato, tutti vestiti con abiti dai colori sgargianti. Nell’angolo in basso a destra invece, in primissimo piano, troviamo rappresentato dal busto in su (nel modo che viene chiamato “in abisso”) e con un abito scuro con colletto rosso il committente dell’opera Piero di Francesco del Pugliese. La posizione, insieme alla posa a mani giunte in preghiera, rimanda alla sua condizione terrena, e di conseguenza inferiore, rispetto al piano del colloquio tra la Madonna e il santo. Sopra di lui, in secondo piano e in una grotta buia, troviamo un mostro, quasi certamente il demonio, incatenato affianco a un gufo, a simboleggiare la vittoria del Santo sul peccato. Ancora più sopra troviamo un convento attorno al quale vediamo alcuni monaci intenti nelle loro attività e di cui alcuni sembrano assolti in contemplazione.
Quando parliamo poi di grandi protagonisti del rinascimento quattrocentesco non possiamo esimerci dal parlare di Andrea del Verrocchio, noto tra le altre cose per essere stato il maestro del più grande artista di tutti i tempi: Leonardo da Vinci. Orafo, scultore, Pittore, il Verrocchio fu uno degli artisti più completi e poliedrici del periodo. Andrea di Michele di Francesco di Cione (alle volte citato come Andrea Cione) nacque a Firenze con ogni probabilità nel 1436 in una famiglia umile, il padre infatti lavorava in una fornace. La sua formazione artistica comincia nella bottega orafa di Giuliano del Verrocchio dal quale deriva il soprannome con cui è noto ancora oggi. Oltre a Firenze il Verrocchio fu molto attivo anche a Venezia, dove compì diversi viaggi e dove morì poco più che 50enne nel 1488. Nel 1461 aprì la sua bottega che in pochissimo tempo diventerà una delle più famose dell’epoca (e non solo). Nel suo laboratorio arti maggiori e arti minori si fusero alla pari, dando la stessa dignità all’arte come all’artigianato. Dalla bottega del Verrocchio, oltre al già citato Leonardo, passeranno alcuni degli artisti più noti dell’epoca, tra cui Sandro Botticelli e Pietro Perugino. Gli allievi poi, durante la loro permanenza nel laboratorio del maestro, spesso lo aiutavano nella realizzazione delle sue opere, rendendo a posteriori non sempre facilissimo distinguere la mano del Verrocchio da quella dei suoi collaboratori.
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Andrea del Verrocchio, Vergine col bambino, 1476-1478, tempera su tavola, National Gallery (Londra)
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Una delle opere più raffinate del Verrocchio è la Vergine col bambino realizzata tra il 1476 e il 1478 con il contributo di uno dei suoi allievi Lorenzo di Credi e oggi conservata alla National Gallery di Londra. La mano del discepolo, emersa chiaramente grazie a un importante restauro durato dal 2008 al 2010, si concerta soprattutto sulle due tende scostate, l’angelo di destra e il Gesù Bambino. Il Verrocchio invece realizzò la monumentale figura della Vergine, l’angelo sulla sinistra e lo sfondo che spunta tra le figure e i drappi. Al centro la Madonna, alta e slanciata, indossa un mantello blu riccamente decorato sotto al quale si intravede una veste rossa (che rimanda al sangue del futuro sacrificio di Cristo). La Vergine è rappresentata seduta e a mani giunte mentre guarda teneramente il figlio. Sulle sue ginocchia, retto per le spalle da uno degli angeli, troviamo Gesù bambino dallo sguardo rivolto alla madre e colto mentre si porta un frutto alla bocca. Conclude la scena l’angelo a sinistra che tiene in mano un giglio, riferimento allegorico alla purezza della Vergine. Come accennato prima poi le due grandi tende rosse che si aprono su un paesaggio collinare vanno a focalizzare lo sguardo dello spettatore sulla figura della Madonna.
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Andrea del Verrocchio, Battesimo di Cristo, olio e tempera su tavola, National Gallery (Londra)
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L’opera però più nota del Verrocchio è il Battesimo di Cristo, databile al 1472 circa e realizzata con l’aiuto del suo aiutante più celebre: Leonardo. L’opera, misto olio e tempera su tavola, venne realizzata per il monastero della congregazione benedettina vallombrosana di San Salvi a Firenze. Essa rappresenta il momento in cui Giovani Battista battezza Gesù nelle acque del fiume Giordano versandogli l’acqua sul capo da una ciotola. Il Battista inoltre con la mano sinistra regge una croce inserita su un lungo bastone e un cartiglio che riprende la frase tratta dal Vangelo di Giovanni: “Ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. A completare la scena troviamo poi, sulla sinistra, due angeli inginocchiati, uno dei quali, quello che ci dà le spalle, sta inoltre tenendo le vesti di Gesù. Il posizionamento delle figure conferisce all’opera una composizione triangolare che vede il suo vertice nella ciotola tenuta in mano dal Battista. Per quanto riguarda invece la distribuzione del lavoro, le due figure centrali di Cristo e del Santo sono di certa realizzazione del Verrocchio, mentre l’angelo biondo, lo sfondo e l’acqua trasparente del Giordano entro cui sono immersi i due protagonisti sono stati realizzati da Leonardo da Vinci. Proprio la presenza di un intervento del celebre allievo fece sì che nel corso del tempo quest’opera raccolse intorno a sé un grandissimo interesse. A colpire fu soprattutto l’angelo, che con la sua complessa posa (voltato di spalle ma al contempo con la testa ruotata di lato) e le vesti così dettagliamene curate fa immediatamente presagire quella che sarà la grandissima abilità pittorica di Leonardo. Ma da Vinci non sarebbe stato l’unico collaboratore del Verrocchio che mise le mani su questa pala. Alcuni studiosi infatti hanno ipotizzato che a realizzare l’altro angelo sarebbe stato nientemeno che Sandro Botticelli.
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| Andrea del Verrocchio Tomba di Giovanni e Piero de' Medici, 1472, Marmo, bronzo, porfido e pietra serena, Basilica di San Lorenzo (Firenze) |
Non possiamo poi, prima di salutarci, citare almeno una delle opere scultoree del Verrocchio come la tomba di Piero e Giovanni de’Medici, nella basilica di San Lorenzo a Firenze. L’opera, commissionata da Lorenzo il Magnifico, era dedicata alla memoria del padre Piero (morto nel 1469) e dello zio Giovanni (deceduto nel 1463). Non siamo però sicuri di quando datare quest’opera, probabilmente però possiamo collocarla tra il 1472 e il 1473. Per questa importante commissione il Verrocchio realizza un sarcofago in porfido rosso (un materiale utilizzato dagli imperatori e che rimanda immediatamente alla classicità romana) con inserti in porfido verde e collocato entro le maglie di una grande rete bronzea che si inserisce a sua volta in un arco a tutto sesto decorato con inserti in marmo a rilievi floreali che collegava due cappelle entrambe realizzate dalla famiglia Medici. Il coperchio a basso tronco di piramide è arricchito da elementi in marmo bianco e una decorazione bronzea a foglie d’acanto con un diamante e quattro cornucopie che completa il tutto. Sugli spigoli poi troviamo volute in bronzo a foglie d’acanto che terminano in zampe di leone che fanno da punto di appoggio del sarcofago sul grande piedistallo in marmo a sua volta sorretto da quattro piccole tartarughine in bronzo ai quattro angoli. Il bronzo quindi finisce per fare da elemento di raccordo tra i vari materiali utilizzati dal Verrocchio.
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