Botticelli

Alessandro detto Sandro di Mariano di Vanni di Filipèpi nasce a Firenze nel 1445 e fin da subito venne mandato a bottega. Incerti sono gli storici riguardo l’origine del suo soprannome. Secondo alcuni esso deriverebbe dal fatto che il fratello Antonio, per la sua stazza imponente, venisse chiamato “Botticello”, secondo altri invece ciò deriverebbe da una storpiatura del nome della professione del suo altro fratello Giovanni che era orafo (a Firenze l'orafo, o 'battiloro', viene chiamato 'battigello').

 



Inizia la sua carriera proprio come orafo ma presto si accorge che la sua passione è la pittura e ciò lo porta ad andare a bottega da alcuni tra i più importanti artisti dell’epoca come il Ghiberti, Filippo Lippi e infine Andrea del Verrocchio (dove, tra le altre cose, conobbe Leonardo da Vinci). Dal 1470 diventa a sua volta maestro aprendo una sua bottega indipendente. Passò quasi tutta la sua vita a Firenze, a lungo a servizio dei Medici e della loro politica culturale, fatto salvo per un breve soggiorno romano tra il 1481 e il 1482 chiamato da papa Sisto IV durante il quale collaborò agli affreschi della cappella sistina. Nell’ultimo periodo della sua vita poi Botticelli si avvicinerà alle tesi del frate ferrarese Savonarola che per il suo condannare la corruzione dei costumi e la decadenza della Chiesa, sostenendo la necessità di una riforma morale e religiosa, venne prima scomunicato e poi condannato per eresia alla pena di morte. Questo nuovo sentimento religioso influenzò profondamente la sua ultima produzione artistica, che si differenzia da quanto fatto fino a quel momento a favore di un ritorno a un gusto medievale che rigettava le rappresentazioni mitologiche e prospettiche che gli furono molto care per tutta la sua carriera. Ciò che fin da principio caratterizza l’opera del Brunelleschi è certamente il disegno, quella linea di contorno che morbidamente circonda le varie figure permettendogli di risaltare maggiormente dal fondo.


Sandro Botticelli, La Fortezza, 1470, Uffizi (Firenze)

L’opera più antica che possiamo attribuire con certezza al Botticelli è sicuramente la Fortezza, una tempera su tavola datata al 1470 e oggi conservata agli Uffizi di Firenze. Il dipinto fa parte di un ciclo pittorico dedicato alle Virtù commissionato al Pollaiolo nel 1469 dal Tribunale di Mercanzia (l'organo che soprintendeva alle corporazioni di arti e mestieri di Firenze e giudicava i reati di natura commerciale) per la propria sala delle udienze nel palazzo di piazza della Signoria a Firenze. Il lavoro del Botticelli piacque talmente tanto ai committenti che il Tribunale ipotizzò di proporgli di realizzare una seconda virtù, salvo poi cambiare idea a seguito delle energiche proteste del Pollaiolo. La figura rappresentata simboleggia, come facilmente intuibile dal titolo, la Fortezza, una delle quattro virtù cardinali della fede cristiana, che assicura nelle difficoltà la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. La giovane donna è seduta su un trono maestoso di marmo con bracci a volute (quasi a sembrare un'architettura) e rappresenta appieno lo stile del Botticelli: la figura è di una bellezza idealizzata, alta e sinuosa e con un volto che tradisce una certa malinconia. Molto raffinato anche l'abito che indossa e i giochi di chiaro-scuro che su di esso si innestano e che riflettono l'altissima abilità pittorica del Botticelli. Sul sontuoso abito bianco e rosso ricco di pieghe la Fortezza indossa anche una corazza metallica sulle braccia e sulle spalle, simbolo della forza fisica e morale. Con le mani regge inoltre il bastone del comando.

Sandro Botticelli, La Primavera, 1478 ca., Uffizi (Firenze)

Una delle sue opere più note, nonché ormai simbolo del rinascimento italiano è poi la Primavera. Si tratta di una tavola dipinta a tempera di enormi dimensioni realizzata attorno al 1478 per la residenza fiorentina di un cugino del Magnifico: Lorenzo di Pierfrancesco de Medici. Come riportato dal Vasari che dopo averlo visto ne scrisse una breve descrizione, il dipinto tratta un tema proveniente dalla mitologia classica con Venere al centro della scena circondata da tutta una schiera di altre figure (tra cui le Grazie, Cupido e la personificazione della Primavera che dà il titolo all’opera). La riscoperta di soggetti mitologici si ricollega alla riscoperta della classicità in atto tra gli umanisti del Quattrocento. Ma il Botticelli introduce questi temi riprendendo però modelli legati all’arte sacra molto più noti e conosciuti, questo in coerenza con la filosofia neoplatonica molto diffusa all’epoca la quale si proponeva di trovare un modo per far convivere il cristianesimo con il platonismo in una fusione tra teologia cristiana e filosofia pagana. Da destra a sinistra, seguendo l’ordine di lettura dell’opera, troviamo Zefiro – la personificazione del vento di primavera– che afferra contro la su volontà la ninfa Clori la quale, dopo il loro matrimonio, prenderà il nome di Flora la personificazione della Primavera e che troviamo rappresentata alla sua sinistra con un abito riccamente decorato con fiori ricamati e colta nello spargere rose tenute nel grembo. A rimandare a questa metamorfosi troviamo anche il filo di fiori che esce dalla bocca di Clori. Al centro della scena, inquadrata da una sorta di arco composto dai rami degli alberi di sfondo, campeggia Venere, la dea dell’amore, sopra la cui testa troviamo il figlio Cupido pronto a scoccare una delle sue frecce che fanno innamorare gli uomini. A sinistra poi troviamo vestite con abiti leggerissimi tanto da essere quasi trasparenti, le tre grazie che ballano tenendosi per mano. All’estrema sinistra chiude l’opera Mercurio con i suoi tipici calzari alati e colto nell’atto di allontanare le nuvole che possiamo notare nella parte alta del dipinto con il caduceo (il bastone alato con due serpenti attorcigliati) e preservare la primavera. A fare da fondale alla scena troviamo un bosco di aranci fioriti e carichi di frutti mentre dietro alla figura di Venere troviamo una pianta di mirto. A terra invece si estende un prato fiorito dove gli studiosi hanno potuto identificare quasi 200 tipi di piante diverse riuscendo a identificarne circa 140. Nell’opera emergono molte delle caratteristiche tipiche della produzione di Botticelli: dalla ricerca di grazia, eleganza e armonia all’uso raffinatissimo del disegno di contorno e molto attento alla resa dei volumi delle figure. Non possiamo inoltre non notare la cura dei dettagli quasi maniacale che vediamo sia nelle raffinatissime vesti per le quali Botticelli si impegna a rappresentare con attenzione i vari materiali, sia nei gioielli molto curati che indossano le tre grazie. Le figure, allungate e sinuose, sono quasi del tutto eteree, come si vede bene dal loro danzare o camminare sul prato quasi senza calpestarlo, con una sensazione di leggerezza tale da apparire incorporee. Lo sfondo appare piatto, senza prospettiva, così come la luce risulta astratte e irrealistica. Tutto concorre alla volontà del Botticelli di costruire una scena non tanto realistica quanto tendente il più possibile a un’astratta perfezione. Complessa è infine la sua interpretazione. Ci sono studiosi che la leggono come un’allegoria della giovinezza, l’età dell’amore, la stagione più felice della nostra vita ma al contempo anche quella che passa più in fretta e, in tale ottica, le grazie che danzano in cerchio sarebbero un rimando al tempo che passa. Altre interpretazioni vorrebbero fare della Primavera un riflesso delle idee neoplatoniche di Marsilio Ficino con il dipinto che starebbe a rappresentare l’avvento del regno di Venere inteso come momento di fioritura intellettuale.


Sandro Botticelli, Nascita di Venere, 1485, Uffizi (Firenze)

Un’altra opera famosissima del Botticelli, e legata da un punto di vista tematico alla Primavera (di nuovo legato al mito classico), è la Nascita di Venere. La tela che riprende il tema del mito (e in particolare le Metamorfosi di Ovidio) già elaborato dal Botticelli nella Primavera che abbiamo appena visto, è per altro coeva di quest’ultima e venne probabilmente realizzata per lo stesso committente: Lorenzo di Pierfrancesco de Medici. Al centro dell'opera troviamo Venere che sorge dalle acque, raffigurata in piedi sopra di una conchiglia simbolo di fertilità. La dea è mostrata nuda, anche se si copre in parte con i capelli riprendendo il modello proveniente dall'antica Grecia delle Veneri pudiche. A sinistra troviamo Zefiro che, mentre si libra nell'aria abbracciato alla ninfa Clori, soffia il suo vento primaverile verso la dea. Sotto di lui cadono rose, fiori che secondo la tradizione mitica comparvero al momento della nascita di Venere. A destra, in piedi sulla riva, una giovane (forse una delle Grazie o forse l’Ora della Primavera), le offre un mantello riccamente decorato a ornamenti floreali. Dietro di lei vediamo un paesaggio delineato dall'andamento a insenature e promontori della costa con un boschetto di aranci in fiore che fa da fondale alla giovane. Interessante come questa pianta all'epoca fosse nota come mala medica - ossia mela medicinale - per i suoi effetti benefici e per questo va anche vista come un riferimento e una forma di celebrazione per la famiglia Medici. Il mare poi, che occupa gran parte della tela, sembra solo accennato, con le onde che si riducono a sottili linee quasi fosse una carta da parati. Ancora più che nella Primavera, qui il disegno del Botticelli raggiunge il massimo livello di raffinatezza, anche a discapito dei volumi e della profondità che passano in secondo piano. Anche la luce, astratta e senza una precisa origine, non collabora a esaltare la forme. L'obiettivo di fondo resta quello di perseguire un bello ideale, astratto, non collegato alla realtà.

Come abbiamo accennato un punto di svolta nella produzione artistica del Botticelli arrivò in tarda età, quando il pittore entrò in contatto con la predicazione del Savonarola le cui predicazioni annunciavano l’arrivo del giudizio divino sostenendo la necessità di un rinnovamento profondo sia della Chiesa che della società. In questa fase Botticelli abbandonò la filosofia neoplatonica che aveva ispirato i suoi lavori precedenti pentendosi di aver dato volto a quella forma di arte “pagana” che il frate aspramente condannava, tanto che nel 1497 giunse addirittura a bruciare alcuni suoi quadri in pubblico. A questo punto Botticelli si diede a un’arte dominata dai temi religiosi, spesso visionaria e caratterizzata da un fortissimo misticismo, che lo portò a rifiutare persino la spazialità conquistata dal Rinascimento.

Sandro Botticelli, Natività Mistica, 1501, National Gallery (Londra)

Una delle opere in cui meglio emerge questa nuovo stile è sicuramente la Natività mistica, datata 1501 e che be riflette l'inquietudine dell'artista accresciuta ulteriormente dopo la morte del Savonarola arso sul rogo nel 1498. Al centro della scena troviamo, in una grotta preceduta da una tettoia di paglia, la sacra famiglia, con Maria e Giuseppe in adorazione del Bambino posto su un lenzuolo bianco. Alle loro spalle troviamo il bue e l'asinello che secondo la tradizione tennero Gesù neonato al caldo. A sinistra della grotta troviamo un angelo intento a indicare ai tre re Magi la sacra famiglia. Specularmente a destra troviamo un secondo angelo che indica il bambinello a due pastori. Entrambe le creature celesti reggono un ramoscello di ulivo in segno di pace. Nella parte inferiore del dipinto vediamo poi altri angeli che abbracciano uomini virtuosi, riconoscibili dalle corone d'alloro sul capo, in onore di quella pace universale che si diffonderà sulla terra con l'arrivo del Signore. Tra loro poi vediamo dei demoni che fuggono alla vista di Gesù rintanandosi in alcune fessure nella roccia. Al di sopra della tettoia troviamo tre angeli in cerchio che richiamano le tre virtù teologali: Fede, Speranza e Carità. In alto, oltre il boschetto di slanciati alberelli disposti a semicerchio che fa da cornice alla grotta, il cielo azzurrino lascia presto spazio a un luminoso squarcio di paradiso su fondo dorato. Qui, dodici angeli volteggiano in un vorticoso carosello, tenendosi per mano e reggendo rametti d’ulivo decorati con nastri svolazzanti. Questo girotondo celeste simboleggerebbe la danza della vita e della rigenerazione spirituale. Al di sopra troviamo un cartiglio in greco che contiene la data, una citazione dall'Apocalisse e allusioni alla grave crisi che stava percorrendo la penisola invasa dalle milizie straniere. La tela si distingue per l’uso di colori vivaci disposti ritmicamente (come si vede nelle vesti dei personaggi), e per una composizione delle figure libera dalla prospettiva tradizionale del primo Quattrocento. Elementi arcaizzanti, come il fondo oro e le proporzioni gerarchiche, convivono con uno spazio ampio, creato dalla disposizione su più piani delle figure. Dal punto di vista stilistico, l’opera abbandona volontariamente il realismo, le figure, anche quelle in movimento, appaiono rigide e innaturali. Anche il disegno perde la sua tradizionale fluidità e sinuosità a favore di una maggiore durezza.
  

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