Nato a Venezia attorno al 1435, è considerato l’innovatore della pittura veneta, e colui che introdusse le novità rinascimentali nella Serenissima. Figlio di Jacopo Bellini e fratello di Gentile, entrambi pittori importantissimi nella Venezia del Quattrocento, Giovanni fu influenzato prima dalle opere del cognato Andrea Mantegna (il quale aveva sposato sua sorella Nicolosia) e poi da quelle di Piero della Francesca, ma sviluppò ben presto uno stile personale, caratterizzato da una straordinaria sensibilità luministica e dall’uso magistrale del colore. Caratteristiche che vedremo poi riprese dai grandi maestri della pittura tonale veneta primo fra tutti Giorgione. Bellini passò tutta la sua vita a Venezia, città che stava vivendo in quel momento un periodo di grande sviluppo non solo territoriale, con la conquista di Padova (importante sede universitaria) a inizio secolo, ma anche culturale. Addirittura nel 1483 venne nominato pittore ufficiale della Repubblica. Il Bellini si spegnerà a Venezia il 29 novembre 1516.
Uno dei suoi capolavori più celebri è sicuramente l’Orazione nell’orto, un dipinto realizzato attorno al 1465-1470, in cui emerge chiaramente il suo approccio alla pittura. In questo dipinto possiamo osservare infatti l’atteggiamento tipico del Bellini di porre grande attenzione all’integrazione tra figura e paesaggio.
Giovanni Bellini, Orazione nell'orto, 1465-1470, tempera su tavola, National Gallery (Londra)
L’uomo qui diventa parte integrante della natura, alla pari con essa. La scena, ispirata a un’opera del Mantegna, mostra Cristo inginocchiato in preghiera su una roccia del giardino dei Getsemani (dove il figlio di Dio si rifugiò dopo l’ultima cena prima di essere tradito da Giuda), davanti al quale appare un angioletto che mostra il calice simbolo dell’imminente passione di Gesù. Da notare come qui il figlio di Dio sia rappresentato senza aureola, a voler sottolineare la dimensione profondamente umana del momento. Ai suoi piedi troviamo invece 3 apostoli, Pietro, Giacomo e Giovanni, che dormono in pose molto umane e naturali. Sullo sfondo vediamo i soldati che si stanno avvicinando per arrestare Cristo, guidati da Giuda, che indica loro la via con il braccio. Il paesaggio è morbido, con le rocce smussate che sfumano in dolci colline, ed è reso con un incredibile naturalismo (si vedano ad esempio i danni causati da una frana nell’altura di sinistra). L’intera opera è pervasa dalla luce calda dell’aurora che si fa strada tra le nubi e si aggiunge a un’altra fonte di luce dorata che colpisce la schiena del Cristo. Il colore in quest’opera non è solo elemento decorativo, ma diventa strumento per costruire la profondità spaziale. I colori caldi infatti sono usati per il primo piano, mentre man mano che si prosegue verso l’orizzonte le tonalità virano verso i colori più freddi, anticipando così quella che sarà poi la pittura tonale veneziana con la sua prospettiva cromatica.
Giovanni Bellini, Ritratto del Doge Leonardo Loredan, 1501, olio su tavola, National Gallery (Londra)
Un altro esempio del suo straordinario talento è il Ritratto del doge Leonardo Loredan, dipinto attorno al 1501 in occasione della sua elezione alla massima carica della Repubblica e oggi conservato alla National Gallery di Londra. Il Loredan venne eletto ormai sessantacinquenne, e gli anni che passano ben si vedono in un ritratto che non fa certo sconti ai segni del tempo, e rimase in carica fino alla morte nel 1521. Qui Bellini mostra la sua maestria nel realizzare ritratti ufficiali, conferendo al soggetto una monumentalità e un senso di autorità che, anche per la scelta del mezzo busto, richiama le sculture classiche (e in particolare quelle romane). Da notare come qui il Bellini introduce una novità importantissima rispetto alla modalità tradizionale con cui venivano rappresentati i vertici della Serenissima. Se i doge erano sempre stati rappresentati frontalmente, qui il Loredan viene mostrato ruotato di 3 quarti, un cambiamento che influenzerà la ritrattistica ufficiale successiva. Nel ritratto, su uno sfondo neutro che accentua la solennità della figura, il Loredan indossa il cosiddetto “berretto dogale”, un copricapo a forma di corno smussato, realizzato in tessuto damascato, decorato con un’alta fascia dorata (detta "camaura") e munito di paraorecchie con laccetti pendenti. Veste poi un preziosissimo mantello a collo alto di broccato bianco con decorazioni floreali ricamate in oro, come d'orati sono i grandi bottoni che lo chiudono e che prendono il nome di "campanoni" (sia perché simili a campane nella forma sia perché suonavano come tali). Insomma, è vestito di tutto punto, con gli abiti per le cerimonie più importanti. Il vestiario quindi diventa un elemento rappresentativo del potere che il Loredan incarna. Da notare poi come a quel tempo solo al Doge e alla sua famiglia era permesso di indossare l'oro. Davanti al Loredan troviamo poi un parapetto di pietra sul quale è fissato un cartiglio che porta la firma dell’artista. Parapetto che unito al fatto che il Doge non guardi verso lo spettatore, collabora a dare un senso di distacco reverenziale.
Giovanni Bellini, Pietà, 1465 - 1470, tempera su tavola, Pinacoteca di Brera (Milano)
Infine, non possiamo non citare il Cristo morto sorretto dalla Madonna e da San Giovanni, anche noto più semplicemente come "Pietà", una tempera su tavola databile tra il 1465 e il 1470 e conservata alla Pinacoteca di Brera di Milano. Il dipinto rappresenta il momento in cui la Madonna (a sinistra) e San Giovanni (a destra) sorreggono il corpo senza vita del Cristo dopo averlo deposto dalla croce. A guardare i due astanti che sembra non stiano compiendo alcuno sforzo parrebbe quasi che il corpo del figlio di Dio sia senza peso, leggerissimo. Sul capo di tutti e tre i personaggi troviamo un'aureola sottilissima. Tra i tre protagonisti e lo spettatore troviamo una balaustra marmorea sulla quale si appoggia una mano di Gesù (che mostra ben in vista il segno del chiodo della croce) e dove troviamo oltre alla firma del Bellini la frase latina tratta dalle opere di Properzio: "Questi occhi gonfi quasi emetteranno gemiti, quest'opera di Giovanni Bellini potrà spargere lacrime". In questa composizione la mano di Cristo fa da tramite, da ponte, tra i due mondi: il nostro, reale, e quello del dipinto. Se il disegno di contorno delle figure risponde alle influenze del cognato Andrea Mantegna, l'uso del colore che tenta per quanto possibile di dare una parvenza di illuminazione naturale si rifà invece alla lezione fiamminga. Al centro dell’opera c'è il tentativo di rendere un senso di sofferente umanità, accentuato ulteriormente da quello che sembra quasi un dialogo silenzioso tra la Vergine. il cui volto è segnato dal dolore. e il figlio defunto. mentre San Giovanni volge lo sguardo sgomento. Il punto di vista estremamente ravvicinato al gruppo dei protagonisti dona alle figure un senso di monumentalità che ne rafforza il pathos.
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