Il Bramante

Il Bramante è uno di quegli artisti che secondo il Vasari rivoluzionarono l’arte nella terza maniera, quella quindi che arrivò al più alto grado di perfezione. Donato di Pascuccio di Antonio, detto Bramante, nasce nel 1444 nei pressi di Urbino e lavorò nelle principali corti dell'epoca, in particolare a Roma dove si mise a servizio di Alessandro VI Borgia e, soprattutto, di Giulio II.



Come ben sappiamo, una delle fonti più importanti per quanto riguarda la storia dell’arte per il periodo che va dal XIV al XVI secolo è sicuramente le Vite del Vasari, uscito in una prima versione nel 1550 e poi in una seconda, ampliata e rivista, nel 1568. Il testo è diviso in tre sezioni, equivalente a quelle che il Vasari indica come “tre età”, caratterizzate da una continua e progressione evoluzione delle arti. Partendo infatti dal Cimabue si arriva col tempo al vertice dello sviluppo artistico incarnato in Michelangelo, dopo il quale, stando al famoso biografo degli artisti, ci potrà essere solo un declino. Ogni epoca poi era legata a un modo di fare arte, uno stile o come dice il Vasari una maniera. La terza di queste maniere, quella che vede come protagonisti artisti del calibro di Bramante, Leonardo, Raffaello e Michelangelo, rappresenterebbe in quest’ottica la perfezione. Ciò perché secondo Vasari lo scopo ultimo della creazione artistica è la mimèsi ossia l’imitazione del vero. Non solo, questi artisti sono nella visione vasariana artisti completi, che superano i confini di una singola disciplina (che sia la pittura, la scultura o l’architettura) riuscendo a raggiungere altissimi livelli in tutte. Siamo oltretutto in un periodo molto particolare, in quanto durante il Cinquecento cambia proprio il condizione sociale stessa degli artisti, che da artigiani (arte meccanica, ossia che richiede l’uso delle mani) a intellettuali, al pari quindi delle altre arti liberali come musica, poesia e filosofia. Questa transizione arriva dopo una lunga, e non sempre pacifica, discussione tra artisti, letterati e intellettuali sul rapporto tra le varie discipline artistiche.

E proprio da uno di questi artisti che secondo il Vasari rivoluzionarono l’arte nella terza maniera, quella quindi che arrivò al più alto grado di perfezione, vorrei partire: il Bramante. Donato di Pascuccio di Antonio, detto Bramante, nasce nel 1444 nei pressi di Urbino da una famiglia di umili origini. Formatosi nella città marchigiana, all'epoca uno dei centri culturali più vivaci della penisola e guidata dal mecenate Federico da Montefeltro, nel 1480 il Bramante si trasferì a Milano alla corte degli Sforza. Qui conobbe Leonardo da Vinci, con il quale approfondì lo studio della prospettiva già cominciato ad Urbino seguendo gli insegnamenti di Piero della Francesca oltre a dedicarsi anche all'architettura. Con la caduta del Moro nel 1499 il Bramante si trasferì a Roma mettendosi a servizio di Alessandro VI Borgia e, soprattutto, di Giulio II e dove entrò in contatto con l'antico. Influenza classica che emerge in modo molto evidente nelle sue architetture. Durante il pontificato di Papa della Rovere l'architetto urbinate venne scelto per riportare Roma ai fasti della classicità, affidandogli diversi progetti primo fra tutti la ricostruzione della basilica di S. Pietro. E sarà proprio nella città eterna che Bramante si spegnerà nel 1514 a 70 anni.

Bramante, Cristo alla colonna, ca. 1490, olio su tavola, Pinacoteca di Brera (Milano)


Una delle opere più celebri realizzate durante il soggiorno bramantesco nel capoluogo lombardo è il Cristo alla colonna, una tavola a olio dipinta negli anni ’90 del Quattrocento per l’abbazia di Chiaravalle, oggi conservata in deposito presso la Pinacoteca di Brera di Milano. Il dipinto raffigura Gesù in un suggestivo primissimo piano, posto al centro della scena e mostrato da vicino con una prospettiva dal basso. Il Figlio di Dio è legato a un pilastro di pietra decorato con motivi floreali dorati di gusto rinascimentale. Il suo corpo statuario è reso con straordinaria attenzione ai dettagli, come si vede nelle vene in rilievo sul braccio destro o la pelle del braccio sinistro che si comprime sotto la stretta della corda. La fisicità di Cristo è ulteriormente accentuata dal sapiente uso della luce, che attraverso il gioco di ombre modella il corpo con un effetto quasi scultoreo, evocando le statue classiche. L’influenza fiamminga è evidente anche nella resa minuziosa del volto, non solo per la cura dedicata alla barba e ai capelli, entrambi biondi e riccioluti, ma soprattutto nello sguardo intensamente umano e carico di dolore. Il viso appare scavato, ridotto a pelle e ossa, con la bocca leggermente aperta in un ultimo afflato di sofferenza. Il suo incarnato è più spento rispetto a quello del corpo, accentuando il contrasto drammatico e suggerendo l’effetto della corda che gli stringe la gola. Tutti questi elementi contribuiscono a rafforzare l’impatto emotivo della scena. Sullo sfondo, oltre una piccola finestrella aperta nell’angolo in alto a destra del dipinto e sulla quale troviamo appoggiata una pisside dorata, ossia l’oggetto liturgico che contiene le ostie consacrate (rimando questo evidente al sacrificio di Cristo), si affaccia un paesaggio naturale che dal mare si perde in colline e montagne, la cui profondità è data dalle sfumature del colore che riflettono le influenze dello stile di Leonardo.

Bramante, Santa Maria presso San Satiro, anni '90 del Quattrocento, Milano

Negli anni ’80 del Quattrocento, durante il suo soggiorno a Milano, Ludovico Sforza affidò al Bramante il rinnovo della Chiesa di Santa Maria presso San Satiro in occasione dell’arrivo di un’icona della Madonna ritenuta miracolosa. Questo cantiere, insieme alle contemporanee ricerche architettoniche di Leonardo da Vinci, segnò l’apertura del capoluogo lombardo alle novità del Rinascimento. Bramante progettò un edificio a croce commissa che, per le proporzioni quasi equivalenti tra navate e transetto, appare a prima vista a pianta centrale. La struttura è suddivisa in tre navate, con quella centrale più ampia, e un transetto a due navate, di cui quella minore prosegue le laterali del corpo principale, in linea con lo stile brunelleschiano. L’interno è scandito da imponenti pilastri cruciformi privi di basi, decorati con capitelli di stampo corinzio, sui quali si innestano ampie arcate a tutto sesto che sorreggono le monumentali volte a botte. Al centro della chiesa, una cupola emisferica a cassettoni e illuminata da una piccola lanterna, ispirata al Pantheon, sovrasta l’incrocio tra navata e transetto. All’esterno, però, essa è nascosta da un tiburio. Un vincolo strutturale costituì la principale sfida del progetto: la presenza di una strada immediatamente alle spalle dell’edificio impediva infatti la costruzione di un’abside sufficientemente profonda, costringendo la chiesa a una chiusura brusca e poco armonica. Per risolvere il problema, Bramante ideò un raffinato gioco prospettico, realizzando in soli 90 cm un finto coro a tre arcate che, grazie a un’abile illusione ottica, simula uno spazio absidale monumentale. La decorazione, con volte a botte cassettonate, richiama la Sacra Conversazione di Piero della Francesca, mentre l’alternanza di nicchie piatte e concave, ornate da motivi a conchiglia, amplifica ulteriormente la percezione della profondità.

Bramante, Tempietto di San Pietro in Montorio, 1502-1510, Roma

Al suo periodo romano risale invece la realizzazione del tempietto di San Pietro in Montorio, eretto sul colle del Gianicolo. Commissionato al Bramante nel 1502 dai reali di Spagna, Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona, per celebrare il luogo dove la tradizione voleva fosse stato crocifisso san Pietro e i cui lavori si protrassero fino al 1510. L'opera fu la realizzazione di voto fatto per la nascita del loro primogenito Giovanni, morto però prematuramente nel 1497. Realizzato all’interno del complesso di San Pietro in Montorio oggi fa parte della Reale Accademia di Spagna. Da un punto di vista architettonico si tratta di un tempio a thòlos, ossia a pianta circolare, posto sopra a un basamento a gradini, con una cella centrale circondata da una peristasi composta da 16 colonne doriche in granito grigio. La copertura del peristilio, ossia il corridoio circolare che si apre tra le colonne e la cella, è a cassettoni decorati con elementi floreali. All'esterno della cella la parete è decorata con otto piccole nicchie coperte da un catino realizzato a forma di conchiglia alternate a quattro piccole finestre che illuminano l'interno. Troviamo poi, come proiezione delle colonne sulla parete della cella, altrettante lesene lisce. Al di sopra della peristasi dorica troviamo un architrave decorato con un frego a metope e triglifi. Questa decorazione insieme alla pianta circolare è un rimando diretto alla tradizione classica, rendendolo un punto di riferimento per gli architetti successivi. Proseguendo verso l'alto troviamo una balaustra che incastona la cupola semicircolare sostenuta da un tamburo ornato da lesene prive di capitelli e nicchie (semicircolari e rettangolari) che riprendono la cella sottostante. Il progetto monumentale del Bramante prevedeva anche tutt'intorno al tempio un cortile porticato circolare che però non venne mai attuato, infatti quello attuale è in una più semplice forma quadrangolare.

Bramante, progetto per San Pietro, ca. 1506


Sempre al periodo romano risale il progetto che il Bramante elaborò per la costruzione dell'attuale basilica di San Pietro, realizzata al posto di un precedente edificio del IV sec. voluto dall'imperatore Costantino. Quest'ultimo, a sua volta, era stato edificato sopra una necropoli, dove la tradizione collocava la sepoltura di san Pietro dopo la sua crocifissione. Il rinnovamento della basilica si rese necessario non solo per l'importanza simbolica del luogo, ma anche per il pessimo stato di conservazione dell’antico edificio, che, dopo secoli di storia, mostrava ormai gravi segni di cedimento. I lavori per la nuova basilica iniziarono nel 1506 sotto papa Giulio II Della Rovere e si conclusero solo nel 1626, durante il pontificato di Urbano VIII. Tuttavia, già sotto Niccolò V, a metà del Quattrocento, era stato avviato un primo progetto di rinnovamento, affidato all'architetto Bernardo Rossellino. Il piano prevedeva di mantenere la struttura longitudinale a cinque navate, sostituendo la copertura lignea con volte a crociera sorrette da pilastri che avrebbero inglobato le vecchie colonne. Inoltre, la parte absidale sarebbe stata completamente rinnovata con l’ampliamento del transetto e l’aggiunta di un nuovo coro. I lavori iniziarono intorno al 1450, ma, con la morte del Papa, il progetto si interruppe per non essere più ripreso. Quando Bramante fu incaricato del nuovo progetto, almeno inizialmente, cercò di conservare l'impianto generale voluto dal Rossellino. Nonostante ciò, il suo approccio fu rivoluzionario. Il primo progetto presentato, noto come "piano di pergamena", prevedeva infatti una pianta a croce greca ispirata ai luoghi di culto dei primi cristiani. Al centro si sarebbe elevata un’imponente cupola ispirata al Pantheon, sotto la quale sarebbe stata collocata la tomba di San Pietro, circondata da quattro cupole più piccole agli angoli. Oltre ad alcuni disegni fatti risalire al Bramante stesso abbiamo un'immagine di come doveva essere stato concepito il progetto conservata su una medaglia coniata per commemorare la posa della prima pietra della basilica. Tuttavia, questo progetto fu giudicato inaccettabile da Giulio II, che chiese all’architetto marchigiano di proporre una nuova soluzione. Bramante ideò allora un nuovo edificio a pianta a croce latina, più vicino all’impianto originario della basilica costantiniana. È probabile, però, che il suo progetto non fosse ancora del tutto definito nei dettagli nemmeno quando, nel 1506, si avviarono i lavori. Per realizzare la nuova basilica, Bramante demolì quasi completamente la parte presbiterale dell’antica chiesa costantiniana, suscitando polemiche sia all’interno della Chiesa, sia nel mondo culturale dell’epoca. Tra i suoi critici vi furono figure del calibro di Michelangelo ed Erasmo da Rotterdam. Da notare, infine, che per finanziare la costruzione della monumentale basilica, Giulio II avviò la cosiddetta vendita delle indulgenze, un’operazione che suscitò scandalo e contribuì allo sviluppo della Riforma protestante di Lutero.

Commenti