Michelangelo Buonarroti
“Io intendo scultura quella che si fa per forza di levare". Con questa frase Michelangelo riassumeva il suo modo di intendere la scultura, basato sull'estrarre dal blocco di marmo con martello e scalpello ciò che già in potenza si trovava all'interno della pietra. Soprannominato "Divin Artista" fu riconosciuto dai suoi contemporanei come uno dei più grandi artisti di tutti i tempi.
Biografia di Michelangelo
Michelangelo Buonarroti nacque il 6 marzo 1475 a Caprése, una cittadina vicino ad Arezzo da una famiglia fiorentina e di cui il padre Ludovico era podestà. Della madre invece, morta precocemente nel 1481, non abbiamo molte notizie. Quando la famiglia rientrò nel capoluogo toscano Michelangelo compì i suoi primi studi artistici finendo, nonostante l'iniziale opposizione del padre, a bottega dal Ghirlandaio, uno degli artisti più in vista di Firenze. Intorno agli anni '90 del Quattrocento, Michelangelo si stabilì nel palazzo dei Medici a Firenze, entrando in contatto con il Poliziano e i massimi rappresentanti della cultura neoplatonica fiorentina. Fonti di ispirazioni per il giovane Michelangelo furono gli affreschi di Giotto e Masaccio per quanto riguarda la pittura, mentre le collezioni medicee e i lavori di Nicola e Giovanni Pisano lo furono per la scultura. Da Firenze Michelangelo si trasferì a Roma nel 1496 poco più che ventenne dove si fermò per qualche anno prima di tornare a Firenze. Sarà nuovamente nella città eterna nel 1505 su invito di papa Giulio II e, dopo un periodo di continui viaggi a Firenze vi si stabilì definitivamente nel 1536. Morirà a 89 anni il 18 febbraio del 1564 mentre stava lavorando al suo capolavoro la Pietà Rondanini. Oltre alla sua attività artistica Michelangelo fu anche poeta, tanto che alla sua morte lasciò un ricco epistolario e oltre 300 poesie, ispirate alla lirica cinquecentesca.Lo stile di Michelangelo
Come altri grandi maestri del Rinascimento secondo Michelangelo il fine ultimo dell'arte era quello di imitare la natura. E della natura l'esempio di perfezione assoluta era la figura umana, specchio della bellezza divina. Le figure del Buonarroti, anche quando si tratta di pittura, sono sempre caratterizzate da una dimensione quasi scultorea. A caratterizzare inoltre il suo lavoro troviamo una costante tensione, un'energia che si trova sempre nelle sue figure.![]() |
| Michelangelo, Pietà Vaticana, 1497 - 1499, Basilica di San Pietro |
La Pietà
La prima opera di Michelangelo che andremo a vedere è la Pietà vaticana, realizzata dall'artista toscano tra il 1497 e il 1499 durante il suo primo soggiorno romano quando era poco più che ventenne. A commissionare l'opera destinata ad una delle cappelle della Basilica di San Pietro fu il cardinale francese Jean de Bilhères, ambasciatore di Carlo VIII presso papa Alessandro VI. La scelta del tema risulta insolita, in quanto il soggetto della pietà (ossia la Vergine che regge il corpo del figlio dopo la deposizione dalla croce) non era all'epoca molto diffuso, se non nell'Europa settentrionale. Se già la scena porta di per sé una certa carica emotiva, Michelangelo accresce ulteriormente il pathos rappresentando una giovanissima Maria che tiene in braccio il corpo di Cristo quasi come si trattasse di un bambino da cullare. Questo dettaglio della giovinezza della Vergine non deve essere passato inosservato, a maggior ragione se consideriamo il fatto che alla morte del figlio Maria doveva avere circa cinquant'anni). Il Corpo di Cristo è abbandonato alla morte, con la testa reclinata all’indietro e il braccio destro che ricade verso terra. La composizione, pensata per una visione frontale, prende una forma piramidale che ha per vertice il volto sereno e idealizzato di Maria. Colpisce poi la perfetta levigatezza della pelle di Cristo (tanto da sembrare una statua di cera), che contrasta invece col profondo panneggio che caratterizza le vesti e il velo di Maria. Quello che impressiona maggiormente è la profonda umanità che l'artista è riuscito a far emergere dalla dura pietra. L'opera doveva sembrare già all'epoca talmente bella da far venire a qualcuno il dubbio che non potesse essere il frutto del lavoro di un ragazzo così giovane, tanto da portare Michelangelo a incidere la propria firma (prima e unica volta che lo farà) sulla fascia che attraversa il busto della Vergine. Non possiamo qui non raccontare una triste vicenda legata a quest'opera e datata al 21 maggio 1972, quando un geologo ungherese trentaquattrenne con cittadinanza australiana che non merita di essere citato colpì con un martello la Pietà per quindici volte al grido di "Cristo è risorto! Io sono il Cristo!". Maria fu quella maggiormente colpita, con le martellate che le spaccarono braccio e gomito sinistro oltre a danneggiare profondamente il naso e le palpebre. Il restauro durò circa otto mesi e fu effettuato riutilizzando per quanto possibile i frammenti originali, oltre che un impasto a base di colla e polvere di marmo di Carrara.
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| Michelangelo, David, 1501-1504, Galleria dell'Accademia (Firenze) |
Il David
Quando si parla di Michelangelo l'immaginario collettivo va immediatamente al David, statua monumentale realizzata nei primi anni del Cinquecento. A commissionare l'opera al maestro toscano furono i sovrintendenti dell’Opera del Duomo di Firenze, che gli chiesero di riprendere in mano un enorme blocco di marmo che gli scultori Agostino di Duccio prima e Antonio Rossellino dopo avevano provato senza successo a scolpire. Oltre alle difficoltà legate al lavorare un pezzo di pietra così grande - era dall'antichità che non si realizzavano più statue colossali - il marmo era fragile e di scarsa qualità. Eppure Michelangelo, che nel 1501 aveva solo 26 anni, accettò la sfida. Per realizzare il David Michelangelo impegnò circa 3 anni di lavoro, rivelando la sua opera ai fiorentini nel maggio del 1504. Se inizialmente la statua era pensata per decorare i contrafforti del Duomo, il risultato ben sopra alle aspettative portò i committenti a optare per una collocazione che rendesse maggiormente giustizia al capolavoro michelangiolesco. Si decise allora di collocarla di fronte a Palazzo Vecchio in Piazza della Signoria. Pochi anni dopo però, nel 1527, durante la terza cacciata dei Medici da Firenze, la città fu scossa da tumulti. Un gruppo di repubblicani, barricati in Palazzo Vecchio, si difese lanciando oggetti dalle finestre—pietre, tegole e mobili—che colpirono anche il David di Michelangelo, danneggiando gravemente il braccio sinistro. Il David fu poi restaurato con il ritorno al potere di Cosimo I de’ Medici anche se ancora oggi, il David conserva i segni di quell’episodio. Nel 1872, a causa delle precarie condizioni di conservazione, il David fu trasferito nella Galleria dell’Accademia di Firenze. Per non lasciare vuoto il suo posto originario, nel 1910 in Piazza della Signoria fu collocata una copia, scolpita da Luigi Arrighetti. Pensate poi che nel 1991 un vandalo con problemi psichici colpì la statua con un martello danneggiandola. Vicenda simile a quanto accaduto per la Pietà anche se, in questo caso, i danni furono decisamente minori. Tornando alla nostra statua l'opera rappresenta David, colui che eroicamente durante la guerra fra il popolo d’Israele e i Filistei sconfisse eroicamente il gigante Golia usando una semplice fionda. Se solitamente il David era rappresentato come un giovanotto che tiene il piede sulla testa del nemico sconfitto e decapito Michelangelo, nella sua opera, rivoluzionò radicalmente un tema classico. Nella sua opera il David è scolpito come un uomo forte e vigoroso, rappresentato completamente nudo e preso in un attimo di concentrazione probabilmente subito prima dello scontro col gigante. Si veda il volto dallo sguardo aggrottato (reso ancora più intenso dalle sopracciglia) che fissa un punto lontano nell'orizzonte. Da notare come le pupille del David sono a forma di cuore. Anche la bocca è contratta in una leggera smorfia. A incorniciare il volto dell'eroe una capigliatura a ciocche che ricorda le opere di arte classica. A colpire è la muscolatura possente rappresentata con una grande attenzione per la realtà anatomica. Il braccio destro del David è disteso lungo il corpo, con muscoli tesi e vene in evidenza mentre stringe con forza un sasso. Quello sinistro è invece piegato e regge la fionda appoggiata sulla spalla. La figura, ispirata ai modelli classici, poggia il peso sulla gamba destra, mentre la sinistra è libera e leggermente flessa in quella che chiamiamo posa ponderata. Dietro la gamba destra si nota un piccolo tronco d’albero, inserito per ampliare la base d'appoggio e rendere la statua più stabile.
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| Michelangelo, Tondo Doni, tavola a tempera, 1505-1507, Uffizi (Firenze) |
Tondo Doni
Un altro grande capolavoro di Michelangelo è sicuramente la tavola circolare (con diametro 1,20 metri) a tempera del cosiddetto Tondo Doni, realizzata tra il 1505 e il 1507 su commissione del ricco mercante e mecenate Agnolo Doni (di cui abbiamo visto il ritratto realizzato da Raffaello) forse per celebrare la nascita di sua figlia e oggi conservata agli Uffizi di Firenze. Da notare come la cornice circolare entro cui l'opera è inserita è originale e, probabilmente, venne progettata da Michelangelo stesso. Si tratta poi di una delle pochissime, se non l'unica, opere a tavola realizzata con certezza dall'artista. Tornando all'opera al centro vediamo rappresentata la Sacra Famiglia in una composizione che quasi richiama l'idea di un gruppo scultoreo. Michelangelo rivoluziona, come già fatto col David, un'iconografia che a lungo era rimasta immutata. La Madonna scalza è seduta a terra colta nel momento in cui, dopo aver chiuso il libro che stava leggendo, si gira verso Giuseppe alle sue spalle per ricevere il Gesù bambino il quale a sua volta gioca con i capelli della madre. Il corpo di Maria è possente, muscoloso (unicum nella storia dell'arte) tanto da apparire a prima vista quasi mascolino. L'intera composizione prende la forma di un triangolo rovesciati che ha come vertice il ginocchio della vergine. Sulla destra della sacra famiglia poi, quasi a frapporsi tra i tre e le figure sullo sfondo, troviamo il piccolo Giovanni Battista dietro il quale troviamo un gruppo di figure nude e dalla muscolatura ben definita disposte in semicerchio mentre stanno sedute sulla roccia. Questo gruppo di personaggi ricorda per le pose alcune delle statue di epoca classica che Michelangelo doveva aver visto durante i suoi soggiorni romani. Tutti i soggetti sono caratterizzati da una linea di contorno molto marcata. Passando ora al paesaggio, se in primo piano è composto da un prato sopra il quale Maria si è accovacciata, lo sfondo in secondo piano è più duro, composto da rocce, montagne e un lago sullo sfondo. A movimentare la composizione possiamo notare come le figure sullo sfondo sono disposte in orizzontale a contrasto con la verticalità dei protagonisti in primo piano. Da un punto di vista della costruzione prospettica la scena adotta due punti di vista: il gruppo centrale con la Madonna, San Giuseppe e il Gesù Bambino è mostrato dal basso, mentre il gruppo degli ignudi è invece presentato frontalmente. Doppio è anche l'impianto luminoso, con le figure sullo sfondo illuminate da una luce più diffusa mentre i personaggi in primo presentano maggiori chiaroscuri. I colori poi sono freddi, talmente luminosi da apparire quasi innaturali.
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| Michelangelo, Tomba di Giulio II, 1505-1545, Basilica di S. Pietro in Vincoli (Roma) |
La tomba di Papa Giulio II
Nel 1505, durante il suo soggiorno romano, Giulio II commissionò a Michelangelo la progettazione del monumentale monumento funebre che avrebbe dovuto accogliere la salma del pontefice stesso. Ci vollero però decenni, e diverse riprogettazioni, prima che si potesse cominciare con i lavori, i quali ebbero avvio solamente nel 1544 e con una soluzione ben più modesta rispetto al progetto originale. Se come possiamo osservare da un disegno dell’epoca in principio si doveva trattare di un monumento a 4 facciate, prima vennero ridotte a 3, per poi arrivare alla soluzione definitiva composta da un monumento a parete. A cambiare fu anche il luogo dove erigere tale mausoleo, dall’originaria sistemazione all’interno della Basilica di San Pietro si scelse di collocare l’opera nella più modesta chiesa di S. Pietro in Vincoli. La struttura attuale che possiamo osservare oggi è composta da una serie di pilastri decorati e alternati a nicchie che ospitano statue, il tutto suddiviso in due fasce orizzontali. A dominare l’intera opera è la scultura colossale del Mosè. Si tratta di una statua enorme, alta oltre due metri ed è l'unica scultura di quelle progettate fin da principio dal Michelangelo che venne poi effettivamente utilizzata anche per il progetto definitivo. Mosè è posto al centro della costruzione nel registro inferiore. Il personaggio biblico è rappresentato seduto, con il busto leggermente inclinato in avanti e il volto rivolto verso sinistra. Se il piede destro è saldamente posato a terra, quello sinistra poggia solamente sulle dita. Il braccio destro regge le tavole della legge, mentre la mano accarezza la lunga barba realizzata a grosse ciocche. Il braccio sinistro, invece, è piegato e poggia la mano contro il ventre. Mosè è rappresentato come un uomo anziano ma dal fisico robusto e vigoroso, con una muscolatura ben evidente ed esprime molto bene la grandezza mitologica del personaggio biblico. La fronte dell'uomo è corrugata, la bocca che quasi scompare fra la barba e i baffi. Lo sguardo è accigliato, come se stesse guardando qualcosa in lontananza che lo contraria. Sulla testa di Mosè ci sono due protuberanze che sembrerebbero delle piccole corna smussate che derivano dal fatto che Michelangelo si basò sulla traduzione latina della Bibbia eseguita da Sonofrio Eusebio Girolamo nella quale si dice che dopo quaranta giorni, Mosè discese dal Sinai tornando alla sua gente portando sul capo le corna. E questo potrebbe derivare da un errore di traduzione dei testi sacri per cui quelli che dovevano essere "raggi" di sole (simbolo della conoscenza divina) vennero tradotti con corna. Se si guarda poi il ginocchio destro della statua, si può inoltre notare come presenti un segno che, secondo il Vasari, andrebbe fatto risalire al fatto che Michelangelo, colpito dalla bellezza della statua, gli lanciò addosso il martello gridando: “Perché non parli?”.
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| Michelangelo, volta della Cappella Sistina, 1508-1512, affresco, Città del Vaticano |
Cappella Sistina
Sempre Papa Giulio II nel 1508 affidò a Michelangelo il compito di ri-affrescare l’immensa volta della Cappella Sistina, all’epoca ancora decorata dal cielo blu con stelle dorate realizzato nella seconda metà del XV secolo da Piermatteo d’Amelia. Dopo un primo momento di dubbio dovuto al fatto che l’artista toscano si riteneva uno scultore più che un pittore, Michelangelo accettò l’incarico e i lavori lo impegnarono fino al 1512. Il lavoro fu estenuante, anche perché Michelangelo decise di fare tutto da solo, rifiutando qualsivoglia tipo di aiuto. L’enorme volta di quasi 40 metri per 13 venne suddivisa in spazi più piccoli attraverso la realizzazione di una finta membratura architettonica che, grazie all’abilità indiscussa del maestro, risulta di un realismo sorprendente. Questa suddivisione si rese necessaria anche per venire incontro alla tecnica dell'affresco, che richiede tempi molto stretti. Una volta infatti realizzato il cartone preparatorio non si ha molto tempo per riportarlo sul muro prima che l'intonaco si asciughi. In base al contratto originale Michelangelo avrebbe dovuto dipingere i dodici Apostoli nelle lunette, mentre per la restante superficie erano previste decorazioni ornamentali come era usanza all'epoca. Il progetto però apparve al maestro toscano troppo umile per uno spazio così importante e ottenne carta bianca. Michelangelo progettò allora un grande apparato decorativo incentrato sulla rappresentazione di 9 episodi tratti dal libro della Genesi. Intorno a queste rappresentazioni, nei quattro angoli, sono dipinti venti giovani nudi detti Ignudi. Ci sono poi 8 vele triangolari disposte lungo i lati lunghi contenenti scene bibliche. Queste ultime sono alternate a figure di profeti e sibille che trovano posto in questo enorme insieme perché hanno previsto l'arrivo di Cristo. Nei quattro angoli vi sono poi altrettanti grandi pennacchi che illustrano alcune vicende importanti determinate dalla presenza di Dio nella vita del popolo di Israele. Molto importante fu poi il grande lavoro di restauro portato avanti dal 1981 al 1990 e che ha riportato alla luce i colori brillantissimi dell’affresco originale e che col tempo si erano progressivamente spenti.![]() |
| Michelangelo, Creazione di Adamo, 1511 ca., affresco, Città del Vaticano |
Creazione di Adamo
Della volta della Cappella Sistina, una delle scene più famose è sicuramente quella rappresentante la Creazione di Adamo. A destra della scena troviamo Dio, sorretto in volo da una schiera di angeli. Indossa una semplice veste di tessuto chiaro e un grande mantello rosa-violaceo che lo avvolge e si gonfia col vento. Quest’ultimo, se lo osserviamo con attenzione, prende inoltre la forma di un cervello umano, simbolo di sapienza nonché sede del pensiero. A sinistra troviamo poi Adamo, rappresentato disteso a terra nell’atto di tirarsi su issandosi su un braccio. Il paesaggio è quasi del tutto assente, infatti Adamo poggia su un semplice pendio roccioso. Nonostante il corpo muscoloso Adamo sembra leggerissimo. La posa del primo uomo ricorda quasi un chiasmo della tradizione classica ma rivisto per adattarsi al suo essere sdraiato. Se infatti il braccio destro è flesso a sostenere il peso del corpo, quello sinistro è disteso e appoggiato al ginocchio. Di conseguenza poi la gamba destra è rilassata mentre quella sinistra è piegata. Stesso alternarsi che troviamo nel busto, rappresentato frontalmente e suddiviso tra la parte destra contratta e quella sinistra che si estende. I due personaggi non si toccano, semplicemente le loro dita si sfiorano. Ed è proprio questo gesto su cui si focalizza l’attenzione dell’intero dipinto. Oltre allo sfiorarsi delle mani il Dio padre e la sua creatura incrociano i loro sguardi. Se il libro della Genesi racconta che Dio instillò la vita all’uomo appena plasmato soffiando, Michelangelo rielabora questa immagine traducendo il divino soffio vitale in un contatto appena accennato. Sia i protagonisti che gli ignudi che troviamo alle spalle del Creatore, sembrano quasi realizzati da Michelangelo al fine di dar vita al suo ideale di perfezione estetica: corpi atletici, muscolosi, perfetti nelle proporzioni. In questi corpi si riflette quella bellezza tipica della divinità che creò l’uomo a sua immagine e somiglianza.![]() |
| Michelangelo, Giudizio Universale, 1536-1541, affresco, Città del Vaticano |
Il Giudizio Universale
Circa una ventina d’anni dopo la realizzazione della volta della Cappella Sistina, il nuovo Papa Clemente VII de Medici gli commissionò la decorazione della parte posteriore dietro l’altare. Per realizzare questo affresco, i cui lavori proseguirono dal 1536 al 1541 proseguendo anche durante il pontificato del successore Paolo III Farnese, Michelangelo dovette coprire gli affreschi realizzati in precedenza da maestri del calibro del Perugino. Forte dell’esperienza sviluppata lavorando al soffitto della Cappella, che gli permise di superare la difficoltà data dalla vastità della superfice da decorare, Michelangelo decise per questa parete di realizzare un unico grande affresco senza dividere lo spazio in segmenti più piccoli con finte architetture. Il tema scelto è quello del giudizio universale, che occupa tutta la parete e si staglia sopra uno sfondo azzurro oltremare. A dominare l’opera un senso di angoscia, legato al tragico destino dell’uomo nel giorno dl giudizio. Siamo nel momento in cui gli angeli suonano le trombe per indicare l’arrivo dell’Apocalisse mentre Gesù risveglia le anime e separa i beati dai dannati. A sinistra troviamo i salvati, mentre sull’alto lato ci sono i condannati. I primi si elevano verso l’alto spesso aggrappandosi alle nuvole o facendosi issare da altri salvati mentre i dannai, dai volti angosciati e disperati, vengono trascinati verso il basso da creature diaboliche. Alcuni dei condannati alla dannazione eterna cercano di sfuggire al loro destino, ma vengono ricacciati indietro dagli angeli. Altri sono poi portati da Caronte, il mitologico traghettatore, il quale però non è rappresentato secondo la rappresentazione classica, ma seguendo quella che ne fa Dante, il sommo poeta cattolico. Al centro della composizione, nella parte alta dell’affresco, troviamo la Vergine e il figlio. Se il volto della madre è rivolto con sguardo materno ai salvati, il Cristo-giudice osserva i dannati. Intorno ai due troviamo una moltitudine di santi al di sopra dei quali troviamo, in due lunette, altrettanti gruppi di angeli senza ali che trasportano i simboli del martirio del figlio di Dio: la croce, la colonna della flagellazione e la corona di spine. Interessante far qui notare come il grandissimo numero di figure nude non dovesse essere passato inosservato, tutt’altro. In molti lo trovarono infatti scandaloso tanto che il Concilio di Trento decise di coprirne alcuni. Il compito fu affidato a Daniele da Volterra che, proprio per il suo coprire le nudità delle figure michelangiolesche con dei mutandoni, passò alla storia come il braghettone. In occasione del restauro che si concluse nel 1998 però, tutti gli interventi successivi vennero eliminati riportando l’opera al suo stato originale.
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| Michelangelo, Pietà Rondanini, 1552-1564, marmo, Castello Sforzesco (Milano) |
La Pietà Rondanini
Prima di concludere questo episodio non possiamo certamente esimerci dal parlare dell'ultima opera realizzata da Michelangelo ossia la cosiddetta Pietà Rondanini. Se i lavori per la realizzazione di questa statua iniziarono probabilmente nel 1552, l'artista ci lavorò fino all'ultimo tanto che, alla sua morte, l'opera rimase inconclusa. Secondo quanto ci viene riportato dai suoi biografi, tra cui l'immancabile Vasari, nell'ultimo periodo Michelangelo si dedicò molto poco alla scultura, e solo per spinta personale. La Pietà infatti sarebbe stata pensata per essere posta sulla sepoltura del suo autore una volta morto. Così non fu però. L'opera rimase infatti per molti anni a Roma per venire poi acquistata, nel XVIII secolo, dai marchesi Rondanini, da cui prese il nome, per poi finire nel 1952, dopo varie vicissitudini, nelle disponibilità del Comune di Milano che la destinò alle Raccolte Civiche del Castello Sforzesco, dove attualmente si trova custodita. Tornando all’opera il tema è quello tipico della pietà, con la Madonna che sorregge il corpo di Cristo deposto dalla Croce. Al gruppo scultoreo Michelangelo lavorò in due distinte fasi anche se della prima, fatto salvo per il braccio destro di Cristo e delle sue gambe non resta nulla. Nel momento in cui Michelangelo riprese in mano la realizzazione di quest’opera poi, ne rivoluzionò l’impostazione, invertendo i personaggi e rielaborando completamente il blocco di marmo già iniziato. Le parti risalenti alla prima fase di lavorazione inoltre sono le uniche lavorate fino alla levigatura mentre il resto dell’opera resta a un livello di non finito. Anche se sicuramente questo stato ancora abbozzato è dovuto alla morte di Michelangelo possiamo ipotizzare che l’artista non avrebbe comunque raggiunto un livello di definizione troppo dettagliato come ormai aveva iniziato a fare da tempo. L’uomo, sosteneva Michelangelo, ha in sé qualcosa di divino, condividendo infatti con Dio la capacità di creare. Ogni artista, attraverso il proprio atto creativo, può ricavare la forma desiderata dal materiale grezzo, purificando il blocco di pietra dalla sua imperfezione. Il gruppo della Pietà Rondanini ha una struttura fortemente verticale (a differenza dell'organizzazione orizzontale della Pietà vaticana) con i corpi della madre e del figlio quasi fusi insieme, come se Michelangelo volesse sottolineare il rapporto tra i due. Il corpo morto di Cristo è leggermente piegato in avanti, rappresentato quasi stesse scivolando via dall'abbraccio della madre. La figura della Vergine appare invece leggerissima, quasi eterea senza mostrare alcun tipo di sforzo nel reggere la salma del figlio.

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