Raffaello Sanzio
Un altro grande rappresentante della cosiddetta maniera moderna vasariana, quella che secondo il biografo degli artisti era caratterizzata dal livello di perfezione più alto possibile, è Raffaello Sanzio.

Lo stile di Raffaello
A caratterizzare il linguaggio artistico di Raffaello c'è sicuramente la grazia e la raffinatezza delle sue rappresentazioni a cui si unisce una grandissima cura per i dettagli. A dominare le sue opere poi è anche l'armonia che lega tutti gli elementi, dai colori brillanti e luminosi, al disegno fluido e preciso. Questo stile inconfondibile, caratterizzato da un'eleganza senza tempo, fa si che Raffaello sia da molti considerato uno tra i più grandi interpreti della civiltà rinascimentale.
Ritratti dei coniugi Doni
La tradizione dei ritratti di coppia, spesso pensati per essere giustapposti uno accanto all'altro, risale a Piero della Francesca e ai ritratti dei duchi di Urbino, che Raffaello rinnova non immune dalle influenze della ritrattistica di Leonardo, e in particolare della Gioconda, come vediamo bene nel ritratto dei coniugi Doni. Dipinti tra il 1506 e il 1507 le due tavole ritraggono i coniugi Angelo Doni e Maddalena Strozzi, convolati a nozze nel 1504 quando lei era appena quindicenne mentre il marito aveva il doppio dei suoi anni. Ad accomunare le due opere lo sfondo, che oltre a fare da elemento luminoso si espande dall'una all'altra in un unicum che lega inscindibilmente i due dipinti. Il paesaggio è composto da un ampio cielo azzurro e alcuni semplici accenni di paesaggio che ricordano lo stile di Leonardo. I due sposi sono posti in pose simmetriche con il busto leggermente ruotato. Il ricco mercante è rappresentato con uno scuro berretto che insieme alla grande massa di capelli gli incornicia il volto. Lo sguardo deciso del Doni è rivolto in un punto lontano nella direzione dello spettatore. Sul vestito blu scuro (quasi da apparire nero) risaltano sia il colletto bianco a pieghe che le maniche rosse che guidano lo sguardo dello spettatore alle mani un po' tozze che si sfiorano leggermente. Da notare qui la grande cura dei dettagli di Raffaello, vediamo ad esempio come sulla mano sinistra oltre ai due splendidi anelli possiamo vedere le vene bluastre che scorrono sul dorso. Maddalena Strozzi ricorda per la posa la Monna Lisa, anche se qui il soggette perde qualsivoglia astrazione per adire il più similmente possibile alla realtà. Il volto della donna, incorniciato da lunghi capelli raccolti dietro la nuca, sembra voler esprimere una velata tristezza. A colpire è la ricchezza non solo del meraviglioso e raffinatissimo abito che indossa, ma anche degli anelli e soprattutto del grande pendente che le brilla sul petto. Entrambi dettagli che vogliono sottolineare l'agiatezza dei due coniugi. Molta attenzione è in tal senso data alla resa delle varie tipologie di stoffa.

La vita di Raffaello
Nato a Urbino il 28 marzo 1483, Raffaello è figlio di Giovanni Santi, artista di discreto successo presso la corte di Federico da Montefeltro. La corte di Urbino guidata dai Montefeltro era in quegli anni una delle più vivaci e raffinate dell'Italia rinascimentale. Il giovane Raffaello dimostrò fin da subito una naturale predisposizione alle arti figurative sviluppata nella bottega paterna. Alla morte poi del padre Giovanni nel 1494, Raffaello si trasferì a Perugia dove iniziò a collaborare con il Perugino, la cui influenza si vede bene nelle sue prime opere. Nel 1504, sull'onda della sua crescente fortuna, Raffaello si trasferisce a Firenze dove entra in contatto con altri grandissimi artisti del calibro di Michelangelo e Leonardo che in quel periodi erano attivi nel capoluogo toscano. Un altro grande cambiamento alla sua vita arrivò nel 1508 quando papa Giulio II della Rovere chiamò Raffaello a lavorare in Vaticano dove Raffaello si occupò di decorare le Stanze che prenderanno il suo nome. Si trattò di un’impresa che lo impegnò per tutto il resto della vita e che venne ultimata solamente dopo la sua morte, avvenuta prematuramente nel 1520 quando l'artista non aveva ancora compiuto 40 anni, dai suoi allievi e in particolare da Giulio Romano.Lo stile di Raffaello
A caratterizzare il linguaggio artistico di Raffaello c'è sicuramente la grazia e la raffinatezza delle sue rappresentazioni a cui si unisce una grandissima cura per i dettagli. A dominare le sue opere poi è anche l'armonia che lega tutti gli elementi, dai colori brillanti e luminosi, al disegno fluido e preciso. Questo stile inconfondibile, caratterizzato da un'eleganza senza tempo, fa si che Raffaello sia da molti considerato uno tra i più grandi interpreti della civiltà rinascimentale.
| Raffaello, Sposalizio della Vergine, 1504, olio su tavola, Pinacoteca di Brera (Milano) |
Lo sposalizio della Vergine
Una delle prime opere di Raffaello, e che ben riflette le influenze che su di lui ebbe il Perugino, è lo Sposalizio della Vergine, dipinta nel 1504 per la chiesa di San Francesco a Città del Castello in provincia di Perugia. Il dipinto riprende in modo evidente l'opera omonima del Perugino (a partire dalla centinatura della tavola) pur con alcune piccole ma significative differenze. Anche nello Sposalizio di Raffaello troviamo, nella fascia più vicina allo spettatore, i due gruppi al seguito dei due sposi che si stanno scambiando l'anello matrimoniale: sulla sinistra troviamo con pose più statiche e composte le figure femminili, mentre sulla destra vediamo il gruppo di uomini la cui staticità è rotta dal personaggio in primo piano che sta spezzando col ginocchio la verga. Ricordiamo che secondo il racconto dei vangeli apocrifi Maria venne data in sposa a Giuseppe il cui bastone, unico tra tutti gli spasimanti, fiorì per volere di Dio. A fare da anello di congiunzione dei due gruppi troviamo il sacerdote, posto perfettamente sull'asse verticale (seppur con il capo e il busto piegato verso destra) che cinge i due sposi per i polsi. I due gruppi inoltre sono disposti in cerchio seguendo una disposizione opposta alla curva del tempio. Dietro ai personaggi in primo piano troviamo la piazza pavimentata che possiamo osservare anche nel Perugino, anche se in questo caso la suddivisione a scacchiera è più marcata accentuando così l'effetto prospettico. Al di sopra ancora sorge il tempio che a differenza di quello del Perugino ha una base a 16 lati il che lo fa percepire quasi come a pianta circolare. A rafforzare questa impressione oltre a dargli un carattere di maggiore leggerezza rispetto al pesante impianto del Perugino il colonnato che gira tutto introno all'edificio. Qua e là troviamo alcuni personaggi che hanno più che altro lo scopo di far percepire allo spettatore la distanza rispetto al gruppo in primo piano oltre a dare una maggiore verosimiglianza alle dimensioni dell'edificio. Sul fregio del porticato troviamo la firma e la datazione dell'opera che ci permettono di datarlo e attribuirlo con certezza a Raffaello.![]() |
| Raffaello, Ritratto dei coniugi Doni, 1506-1507, olio su tavola, Uffizi (Firenze) |
Ritratti dei coniugi Doni
La tradizione dei ritratti di coppia, spesso pensati per essere giustapposti uno accanto all'altro, risale a Piero della Francesca e ai ritratti dei duchi di Urbino, che Raffaello rinnova non immune dalle influenze della ritrattistica di Leonardo, e in particolare della Gioconda, come vediamo bene nel ritratto dei coniugi Doni. Dipinti tra il 1506 e il 1507 le due tavole ritraggono i coniugi Angelo Doni e Maddalena Strozzi, convolati a nozze nel 1504 quando lei era appena quindicenne mentre il marito aveva il doppio dei suoi anni. Ad accomunare le due opere lo sfondo, che oltre a fare da elemento luminoso si espande dall'una all'altra in un unicum che lega inscindibilmente i due dipinti. Il paesaggio è composto da un ampio cielo azzurro e alcuni semplici accenni di paesaggio che ricordano lo stile di Leonardo. I due sposi sono posti in pose simmetriche con il busto leggermente ruotato. Il ricco mercante è rappresentato con uno scuro berretto che insieme alla grande massa di capelli gli incornicia il volto. Lo sguardo deciso del Doni è rivolto in un punto lontano nella direzione dello spettatore. Sul vestito blu scuro (quasi da apparire nero) risaltano sia il colletto bianco a pieghe che le maniche rosse che guidano lo sguardo dello spettatore alle mani un po' tozze che si sfiorano leggermente. Da notare qui la grande cura dei dettagli di Raffaello, vediamo ad esempio come sulla mano sinistra oltre ai due splendidi anelli possiamo vedere le vene bluastre che scorrono sul dorso. Maddalena Strozzi ricorda per la posa la Monna Lisa, anche se qui il soggette perde qualsivoglia astrazione per adire il più similmente possibile alla realtà. Il volto della donna, incorniciato da lunghi capelli raccolti dietro la nuca, sembra voler esprimere una velata tristezza. A colpire è la ricchezza non solo del meraviglioso e raffinatissimo abito che indossa, ma anche degli anelli e soprattutto del grande pendente che le brilla sul petto. Entrambi dettagli che vogliono sottolineare l'agiatezza dei due coniugi. Molta attenzione è in tal senso data alla resa delle varie tipologie di stoffa.
Le stanze vaticane
Come abbiamo accennato, a inizio ‘500 Raffello venne chiamato a Roma da Papa Giulio II della Rovere per decorare le stanze che il nuovo pontefice aveva scelto come suoi appartamenti nel Palazzo Apostolico. Da quello che ci racconta il Vasari però questi ambienti erano già stati affrescati da grandi artisti del Quattrocento tra cui Piero della Francesca, Andrea del Castagno e Luca Signorelli. Giulio II decise però di rinnovare quelle stanze e, in un primo momento, chiamò diversi artisti guidati dal Perugino ma rimase deluso dal loro lavoro e li liquidò in fretta, chiamando al loro posto, probabilmente su suggerimento di Bramante (che all’epoca si stava occupando della progettazione della nuova Basilica di San Pietro) Raffaello. L’artista urbinate cominciò i lavori nel 1508 e dedicò tutto il resto della sua vita alla decorazione di queste quattro stanze. I lavori proseguirono anche sotto il successore di Giulio II, che sedette sul trono petrino dal 1513 al 1521 sotto il nome di Papa Leone X. Per quanto riguarda il programma iconografico alla base della decorazione di queste stanze, ogni spazio è dedicato a un tema specifico. Per quanto riguarda la Stanza della Segnatura troviamo la rappresentazione pittorica della teologia, filosofia, poesia e giurisprudenza. Nella Stanza di Eliodoro sono rappresentate scene dove emerge in modo evidente la protezione di Dio accordata alla Chiesa. Nella stanza dell’incendio di Borgo sono rappresentati su volontà del nuovo pontefice succeduto a Giulio II episodi riferiti a Papi che presero il nome di Leone. Nell’ultima stanza, quella di Costantino, come facilmente intuibile l’apparato decorativo racconta momenti della vita dell’Imperatore cristiano. Interessante notare come durante le guerre napoleoniche i francesi ipotizzarono di rimuovere gli affreschi delle Stanze Vaticane per portarli in Francia anche se dovettero rinunciare a causa delle difficoltà tecniche.
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| Raffaello, La Scuola di Atene, 1509-1511, affresco, Palazzo Apostolico (Città del Vaticano) |
La scuola di Atene
Ma andiamo ora a vedere alcuni degli affreschi che Raffaello realizzò in queste stanze. Partiamo dalla cosiddetta stanza della Segnatura, che prende il nome dal fatto che proprio qui si riuniva il Tribunale più importante della Santa Sede: la Segnatura Gratiae et Iustitiae. Qui troviamo l’immenso affresco della Scuola di Atene (parliamo di un’opera di oltre 7metri di larghezza per 5 di altezza). Realizzato tra il 1509 e il 1511 l'affresco celebra la ricerca razionale. L'opera, incorniciata da un arco dipinto che riprende l'architettura della stanza, rappresenta le figure dei più importanti pensatori e scienziati dell'antichità tutti inseriti all'interno di un edificio classicheggiante. A dominare lo spazio una costruzione prospettica simmetricamente perfetta e resa evidente da un pavimento decorato a quadrati. All’interno di questo spazio le figure sono disposte lungo due piani, inframezzati al centro, da una piccola scalinata. Incorniciati da alcuni archi, troviamo svettanti le figure di Aristotele e Platone intenti a conversare. Intorno a loro una sessantina di figure su cui gli studiosi si sono a lungo interrogati per riuscire a identificarli. Ad alcuni di loro inoltre Raffaello diede sembianze ispirate a personaggi del suo tempo, ad esempio Platone ha le fattezze di Leonardo da Vinci mentre in Aristotele gli storici dell'arte hanno riconosciuto Bastiano da Sangallo. Ma non solo. Euclide (che secondo alcuni studiosi potrebbe essere Archimede), che troviamo in basso sulla destra intento a tracciando alcune figure su una tavoletta, è raffigurato con l'aspetto di Donato Bramante mentre Michelangelo Buonarroti dà le fattezze al filosofo Eraclito, posto al centro e isolato rappresentato mentre poggia il gomito su un grande blocco di pietra. Lo stesso Raffaello si sarebbe poi ritratto scegliendo per sé stesso il celebre artista greco Apelle che possiamo individuare come la figura vestita di nero alla destra di Euclide. Al di là delle singole figure possiamo notare come i personaggi sono rappresentati con pose plastiche che rimandano alla classicità, la cui tridimensionalità è accentuata da un sapiente uso del chiaro scuro, tanto leggero quanto efficace. Da osservare in ultimo che titolo con cui l'opera è nota oggi, ossia la Scuola di Atene, è in realtà molto posteriore al periodo di esecuzione (risale infatti al XVIII sec.) e non rispecchia le intenzioni dell'autore e della committenza. Secondo gli studiosi, il significato complessivo dell’opera, che emerge solo mettendola in relazione con gli altri affreschi presenti nella stanza, va visto come la capacità dell’anima umana di accedere alla verità, grazie agli strumenti della scienza e della filosofia. Altri però ritengono che l'affresco potrebbe voler celebrare la civiltà romana e il papato come erede della cultura della classicità.
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| Raffaello, Liberazione di S. Pietro, 1509-1511, affresco, Palazzo Apostolico (Città del Vaticano) |
Liberazione di San Pietro
Passando poi alla stanza di Eliodoro troviamo l'affresco della Liberazione di San Pietro, realizzato tra il 1513 e il 1514, con i primi disegni preparatori cominciati prima ancora di completare la Stanza della Segnatura. Per poter dipingere la sua opera Raffaello fu costretto a cancellare il precedente affresco realizzato da Piero della Francesca. La scelta del tema della liberazione di Pietro voleva rappresentare il trionfo del primo pontefice grazie all'intervento divino, in coerenza con la volontà di Giulio II di dedicare questa seconda stanza alla protezione divina data alla Chiesa dal Padre Eterno. Tornando al nostro affresco l'opera rappresenta in uno spazio unitario tre scene distinte equivalenti e tre momenti del racconto che trae spunto dagli Atti degli Apostoli:
"E in quella notte, quando poi Erode stava per farlo comparire davanti al popolo, Pietro piantonato da due soldati e legato con due catene stava dormendo, mentre davanti alla porta le sentinelle custodivano il carcere. Ed ecco gli si presentò un angelo del Signore e una luce sfolgorò nella cella".
La suddivisione si rende necessaria per assecondare l'architettura della stanza con la parete interrotta dall'aprirsi di una finestra. Al centro dell'affresco troviamo la figura di San Pietro, rappresentato come un vecchio, mentre giace addormentato e incatenato dietro una pesante grata. Qui appare l'angelo inviato da Dio per liberarlo dalla prigionia che con la sua presenza illumina la cella. A destra, nella seconda scena, viene rappresentata la fuga miracolosa di Pietro mentre i soldati di guardia giacciono addormentati su degli scalini. A sinistra, nella terza e ultima scena, assistiamo alla scoperta della fuga del santo, con alcuni soldati che si agitano al chiarore della luna che sta per lasciare il posto all'alba e delle torce accese. Possiamo qui osservare come la luce si riflette nelle armature dei soldati creando una moltitudine di riflessi cangianti.




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