Maestro indiscusso del Rinascimento veneziano e pioniere della pittura tonale, Tiziano Vecellio ha rivoluzionato la storia dell’arte attraverso un uso del colore senza precedenti. Dalla formazione nelle botteghe di Bellini e Giorgione fino al prestigioso incarico come pittore di corte dell'imperatore Carlo V, la sua carriera è stata un’inarrestabile ascesa verso una libertà espressiva che lo portò, in tarda età, a dipingere con le dita, infondendo alle sue tele una vividezza e una modernità ancora oggi straordinarie.
La biografia di Tiziano
Tiziano Vecellio, noto ai più semplicemente come Tiziano, fu senza dubbio uno dei più importanti artisti del Rinascimento veneziano e uno dei grandi maestri della pittura tonale. Nacque intorno agli anni ’90 del Quattrocento: sulla data precisa vi sono ancora discussioni, ma è certo che non sia attendibile l’ipotesi di una nascita negli anni ’70, diffusa dallo stesso pittore per impressionare il pubblico con la propria prestanza fisica nonostante l'età avanzata. Figlio di una famiglia agiata, a nove anni si trasferì da Pieve di Cadore – il suo luogo natale – a Venezia. Nel capoluogo veneto entrò prima nella cerchia di Giovanni Bellini e poi in quella di Giorgione, dai quali apprese l’uso del colore. Tuttavia, Tiziano lo impiegò in uno stile del tutto personale, fatto di tratti rapidi e caratterizzato dall’assenza di un disegno preparatorio: le figure venivano costruite direttamente con il colore, con scarsa attenzione ai contorni. Questo modo di modellare le forme e la rapidità dei gesti conferivano ai soggetti tizianeschi una straordinaria vividezza. Nel corso degli anni Tiziano conobbe un crescente successo, fino a essere nominato nel 1533 pittore di corte dell’imperatore Carlo V. A partire dal 1552 avviò a Venezia una fiorente bottega, nella quale i collaboratori si occupavano delle opere minori, lasciando al maestro i dipinti più importanti. Negli ultimi anni della sua vita Tiziano sperimentò nuove tecniche, arrivando persino a dipingere senza pennelli, stendendo direttamente il colore con le dita. Morì ultraottantenne nel 1576.
Tiziano, Pala dell'Assunta, 1516 - 1518, olio su tavola Basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari (Venezia)
Pala dell’Assunta
Fin dalle sue prime opere Tiziano suscitò una grande attenzione da parte dei suoi contemporanei per il suo stile innovativo che superava la bidimensionalità di gusto bizantino ancora molto in voga a Venezia. Tra i suoi primi lavori troviamo la Pala dell’Assunta, commissionata nel 1516 dal priore del convento veneziano dei Frari e inaugurata al pubblico nel 1518. Si tratta di una pala d’altare a terminazione semicircolare dipinta ad olio di quasi tre metri di lunghezza per 6 di altezza, inserita in una cornice marmorea realizzata appositamente. La paternità di Tiziano è certificata dalla firma dell’artista su una pietra in basso al centro. L’opera rappresenta l’assunzione di Maria in cielo e la narrazione è suddivisa su tre registri sovrapposti che vanno dal mondo terreno in basso al regno dei cieli in alto. In basso troviamo gli apostoli, agitati e stupefatti dal miracolo che si sta svolgendo di fronte a loro. Al centro, equidistante sia dal mondo terreno che dalla figura di Dio, si staglia la Vergine, in piedi su una nuvola e vestita di rosso con un mantello blu gonfiato dal vento. Dalla vergine si apre un triangolo visivo che ha come base i due apostoli anche loro vestiti di rosso e che potrebbe suggerire un’ideale unione simbolica tra cielo e terra. La Madonna è circondata da una schiera di cherubini, con il piede destro è leggermente sollevato e le braccia sono alzate verso il cielo, aumentando il senso di tensione ascendente della figura. Da osservare l’attenzione verso la resa realistica delle vesti della Vergine con le sue pieghe e i suoi giochi di luci e ombre. Nella parte superiore, immobile, troviamo la figura del Dio padre, rappresentato leggermente voltato e inclinato verso destra, con le braccia spalancate pronte ad accogliere la Vergine.
Tiziano, Venere di Urbino, 1538, olio su tela Uffizi (Firenze)
Venere di Urbino
Un’altra opera di Tiziano dove emerge in modo molto evidente la capacità del maestro di costruire spazi e volumetrie attraverso l’uso dei colori è la Venere di Urbino. Si trattasi un olio su tela realizzato nel 1538 su commissione di Guidobaldo II della Rovere, all’epoca da poco divenuto Duca di Urbino e ora conservata agli Uffizi. L’opera ricorda la Venere dormiente realizzata dal maestro Giorgione e a cui Tiziano aveva collaborato nella realizzazione del paesaggio. La Venere di Urbino, come nell’opera del maestro, mostra una donna nuda semidistesa su un letto sfatto e posta quasi perfettamente lungo la diagonale del dipinto. Venere indossa un anello al dito mignolo e un bracciale d’oro con pietre preziose. Ai suoi piedi poi troviamo un cagnolino che dorme acciambellato, simbolo della fedeltà coniugale. Una prima differenza rispetto all’opera di Giorgione è il fatto che la scena non è rappresentata in un esterno, bensì in uno spazio chiuso composto da due stanze che si aprono l’una sull’altra e che molto probabilmente rappresentano la casa della protagonista. L’unico accenno alla natura proviene dalla finestra colonnata che troviamo sul fondo del dipinto sulla quale è posta una pianta ornamentale e oltre la quale si apre un cielo limpido costellato da alcuni rami di un albero. Un’altra differenza rispetto alla Venere dormiente è la presenza di altre due figure alle spalle della donna. Si tratta di due cameriere, l’una in piedi e l’altra inginocchiata presso un elegante baule probabilmente alla ricerca di un abito da dare alla padrona. Queste presenze, insieme all’aspetto dell’abitazione, ci fanno ipotizzare che la protagonista dell’opera non sia una dea immaginaria, ma una donna vera appartenente all’alta società. Ma la differenza più evidente tra le due opere sta nell’atteggiamento della protagonista. Se la Venere di Giorgione sembra del tutto inconsapevole della sua nudità, quella di Tiziano ne è non solo cosciente, ma fissa direttamente lo spettatore senza mostrare alcun tipo di vergogna. Con la mano sinistra poi, Venere copre il pube mentre con quella destra tiene alcune rose rosse che cadono sul lenzuolo. Secondo alcuni studiosi questi fiori starebbero a significare la bellezza che sfugge anche alla dea, mentre la fedeltà (il cane di cui abbiamo detto prima) resta. L’intera opera è costruita attraverso l’uso del colore. Il contrasto molto forte tra il verde scuro dello sfondo dietro la donna e il rosso dei cuscini con l’incarnato ambrato, il lenzuolo bianco e i capelli dorati permette di dare volume alla protagonista. Allo stesso modo il procedere dai toni più caldi dello spazio in primo piano a quelli più freddi sul fondo della casa ci danno un’idea realistica di profondità.
Tiziano, Ritratto di Paolo III con i nipoti Alessandro e Ottavio Farnese, 1545 - 1546, olio su tela, Museo Nazionale di Capodimonte (Napoli)
Paolo III Farnese
Un genere in cui Tiziano si cimentò con successo fu il ritratto, e una delle opere più suggestive in tal senso è sicuramente la tela dipinta ad olio raffigurante Paolo III Farnese. Datato intorno al 1545-1546 l’opera risale al periodo romano dell’artista e forse si ispira a un dipinto simile, il Leone X con i cugini cardinali, realizzato qualche tempo prima da Raffaello. La tela mostra, all’interno di una stanza spoglia, Papa Paolo III Farnese al centro del dipinto circondato dai nipoti: a sinistra e in abito cardinalizio troviamo Alessandro e a destra invece possiamo osservare Ottavio. Con pennellate rapide, imprecise tanto da rendere le figure quasi abbozzate e l’uso di colori densi e materici, Tiziano riesce a offrire un’immagine dei personaggi che ben fa emergere le loro emozioni cogliendone l’aspetto psicologico. Paolo III è vecchio, fisicamente provato, come si può notare dalla posa ricurva e dal volto scavato. Il pontefice rivolge al nipote Ottavio, colto mentre si inchina allo zio, uno sguardo severo, quasi di rimprovero. Il Cardinale Alessandro Farnese, nel frattempo, ruota leggermente la testa verso lo spettatore con l’aria distratta. I tre uomini emergono da uno sfondo tetro, occupato in gran parte da un pesante drappo rosso. La tecnica di quest’opera è un’ulteriore evoluzione dello stile di Tiziano che abbiamo avuto modo di vedere negli esempi precedenti, una tecnica che mette in secondo piano il disegno a favore del colore che diventa lo strumento con cui l’artista costruisce le forme. Questo nuovo stile riflette quella che sarà l’ultima fase della vita artistica di Tiziano che, lasciando ai suoi allievi il grosso del lavoro, ebbe modo di dedicarsi alla ricerca di nuove forme espressive.
Quando Tiziano morì nel 1576 si stava occupando di realizzare la sua ultima fatica: la pietà. Si tratta di un enorme olio su tela pensato dall’artista per la propria tomba nella Basilica dei Frari anche se non vi verrà mai collocata per varie vicissitudini. Tiziano infatti accettò di realizzare l’opera per la Basilica a patto che gli venisse concesso il permesso di venirci sepolto ma le trattative fallirono. Proprio in coerenza con questa logica, l’opera si incentra sul tema cardine del cristianesimo della morte, del sacrificio e della e successiva resurrezione. Al centro, sulla parte bassa del dipinto e inserita all’interno di una grande nicchia di gusto classicheggiante, troviamo la Vergine che regge il corpo del figlio morto. Il volto pacato, calmo, della Madonna osserva quello reclinato all’indietro di Cristo. A sinistra di Maria troviamo la Maddalena, che al contrario della Vergine è disperata e viene colta nell’atto di urlare e sbracciarsi presa dal dolore. A destra, in ginocchio, troviamo poi Nicodemo che aiuta Maria a sorreggere il Cristo tenendolo sotto l’ascella. Secondo alcuni studiosi dietro al volto di Nicodemo si nasconderebbe il volto autoritratto dello stesso Tiziano. A incorniciare queste figure, al fianco del colossale portale, troviamo le statue di Mosè (a sinistra) e della Sibilla Ellespóntica (a destra) poste sopra due grandi capitelli a forma di testa di leone. Completa la scena un angioletto nudo che regge una lunga fiaccola la cui luce si riflette nel catino a mosaico dorato a chiusura della nicchia sullo sfondo. Nello stesso mosaico possiamo notare a ben guardare che vi è rappresentato anche un pellicano. I colori dell’opera sono cupi e applicati sulla tela in modo molto materico, tanto che in alcuni punti l’artista li ha stesi direttamente con le dita. Anche i contorni delle figure, realizzati attraverso l’uso del colore e senza il disegno, risultano in alcuni punti imprecisi se non addirittura abbozzati (si veda ad esempio il braccio del Cristo). Questo insieme alla luce livida contribuisce a dare al dipinto un’atmosfera tragica e quasi spettrale. Alla morte del grande maestro l’opera verrà portata a termine da uno dei suoi allievi: Palma il Giovane.
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