Lorenzo Lotto
Biografia di Lorenzo Lotto
Lorenzo Lotto nasce a Venezia intorno al 1480 da un uomo di nome Tommaso di cui, però, non sappiamo nulla. Della sua biografia, come si può intuire, sappiamo sorprendentemente poco, e perfino il suo percorso di formazione resta avvolto nel mistero. Alcuni studiosi ipotizzano che possa essere stato allievo del pittore Alvise Vivarini: nella sua bottega a Treviso, infatti, è documentata la presenza di un apprendista di nome Lorenzo, che potrebbe proprio essere lui. Quello che è invece sicuro è che Lotto, per trovare fortuna (anche se forse non la troverà mai), fu costretto ad allontanarsi presto dalla laguna. Venezia, infatti, era dominata dal gusto e dalla fama di Tiziano, e per un artista come lui diventava difficile emergere. Dopo un primo periodo a Treviso, Lotto inizia così un lungo e irregolare percorso che lo porta a lavorare in diverse città: Recanati, Roma, Bergamo per poi, dopo varie peripezie, stabilirsi definitivamente nelle Marche. A partire dal 1522, spinto da una forte religiosità, inizia a frequentare la Basilica della Santa Casa di Loreto. Qui, nel 1554, compie un gesto radicale: dona al santuario tutti i suoi averi e anche sé stesso, entrando come oblato. Lorenzo Lotto morirà a Loreto nell’estate del 1557, ormai quasi ottantenne.Lo stile di Lorenzo Lotto
Per quanto riguarda poi lo stile di Lorenzo Lotto, se inizialmente viene influenzato da quello dominante di Bellini e degli altri grandi artisti a lui contemporanei (a partire da Tiziano), col tempo il Lotto arriverà a una maniera di dipingere del tutto personale. Stile che riflette questo suo perenne errare per la penisola che lo fece entrare in contatto con mondi e gusti diversi. A differenza dei maestri veneti che l'avevano preceduto, con Lorenzo Lotto affianco a un uso del colore non certo scevro dalle lezioni del tonalismo, torniamo a vedere un’attenzione anche per il disegno di stampo fiorentino oltre a una cura del dettaglio che rimanda alla tradizione fiamminga. Elemento di novità delle sue opere sono anche le pose e, più in generale, la composizione che risultano molto più libere rispetto alla tradizione a cui eravamo abituati. A caratterizzare il suo lavoro sono soprattutto i ritratti, i quali si caratterizzano non solo per la grande aderenza al vero, ma anche per la capacità del pittore di far emergere anche la dimensione psicologica dei soggetti ritratti.Ritratto del vescovo Bernardo de Rossi
Una delle prime opere che possiamo attribuire con certezza a Lorenzo Lotto è il Ritratto del vescovo Bernardo de’ Rossi, realizzato nel 1505. Dopo alterne vicende, il dipinto è oggi conservato al Museo di Capodimonte, a Napoli. Lotto conobbe monsignor de’ Rossi quando quest’ultimo era vescovo di Treviso, proprio negli anni in cui il giovane pittore frequentava la corte vescovile trevigiana. Un ambiente fondamentale per la sua formazione e per i suoi primi contratti importanti. Il vescovo è rappresentato a mezzo busto, con il corpo leggermente ruotato verso lo spettatore. L’opera colpisce subito per il suo profondo realismo: Lotto cerca di cogliere ogni dettaglio del volto, dagli occhi azzurri, particolarmente intensi ed espressivi, fino alle più sottili sfumature dell’incarnato. La stessa attenzione emerge nei dettagli, come l’anello con lo stemma di famiglia, dipinto con estrema precisione. La mantella rossa del vescovo crea un forte contrasto con lo sfondo scuro, dominato da una pesante tenda verde, leggermente increspata. Un contrasto cromatico che esalta la figura e contribuisce a darle una presenza quasi fisica, immediata, davanti a chi guarda.
Allegoria delle Virtù e del Vizio
Sempre legata al Ritratto del vescovo Bernardo de’ Rossi è la tavola dell’Allegoria della Virtù e del Vizio. In origine, infatti, quest’opera fungeva da “coperta” protettiva del ritratto, una pratica molto diffusa nella ritrattistica dell’epoca. Dopo varie peripezie, la tavola è oggi conservata alla National Gallery of Art di Washington, separata per sempre dal ritratto a cui era destinata. La scena è dominata da un albero morto, posto al centro della composizione. Alla sua base è appoggiato uno stemma con l’emblema araldico del vescovo de’ Rossi. Da questo tronco secco, però, si sviluppa un ramo verde, carico di nuova vita. L’albero affonda le sue radici in un terreno arido. Con la sua presenza, inoltre, divide nettamente la scena in due parti. Sul lato sinistro dell’opera troviamo l’allegoria della Virtù. Un piccolo angelo gioca con alcuni libri, simbolo della sapienza, insieme agli strumenti delle Arti liberali: il flauto per la musica, il compasso per l’architettura, il cartiglio per la poesia e così via. Sullo sfondo compare un altro putto alato, raffigurato mentre si arrampica lungo un sentiero ripido e faticoso. Una salita difficile, ma che viene ricompensata dalla visione celeste, illuminata da bagliori intensi e soprannaturali. La metà destra dell’opera è invece dedicata al Vizio. Qui Lotto raffigura un sileno — figura della mitologia greca legata all’ebbrezza e al vino, precedente a Dioniso — addormentato e ubriaco, circondato dai simboli della dissolutezza. Il paesaggio alle sue spalle mostra una vallata dal percorso apparentemente più facile rispetto a quello della Virtù, ma anche più buia e cupa. Si intravede una foresta, simbolo dello smarrimento che impedisce di raggiungere la luce divina, e una barca che naufraga in un lago. Secondo alcune interpretazioni, l’opera alluderebbe alle difficoltà e alla crisi vissute dalla famiglia de’ Rossi, in quegli anni lacerata da violente faide interne. Una lettura suggestiva, ma probabilmente riduttiva, che è stata messa in discussione da altri studiosi, più propensi a vedere nell’opera una riflessione morale di carattere universale.
Cimasa del Polittico di San Domenico
Realizzata nel 1508, l’opera venne commissionata al Lotto nel 1506 dai frati della chiesa di San Domenico di Recanati, città dove ancora oggi è conservata. Proprio l’origine di questa commissione spiega come mai nel polittico siano presenti molti santi appartenenti a questo ordine. Questo dipinto incarna appieno lo stile del Lotto, tanto da poter fungere a manifesto della sua arte. Dall’uso del colore tipico veneziano al disegno di origine toscana, dalla cura dei dettagli passando per la caratterizzazione dei personaggi. La struttura che possiamo osservare oggi, composta da sei pannelli, pur essendo molto simile rispetto a quanto osservato e descritto dal Vasari, è inserita però in una cornice neorinascimentale molto più recente, datata infatti al 1912. L’unico elemento che si discosta dalla descrizione del biografo degli artisti è la predella, che doveva essere composta da tre pannelli ma di cui se ne conserva uno solo oggi a Vienna. Per i pannelli centrali l’artista immagina una composizione unitaria in cui al centro spicca la Madonna in trono con bambino benedicente circondata da Santi (è riconoscibile San Domenico inginocchiato ai piedi del trono), angeli e dai papi Urbano V e Gregorio (anche se su quest’ultimi l’identificazione è incerta). Ai lati troviamo altri santi tra cui Tommaso, Pietro, Caterina da Siena e Lucia e i santi patroni di Recanati San Flaviano e San Vito. La parte forse più interessante è però quella superiore, la cosiddetta cimasa, entro la quale troviamo rappresentato il Compianto sul Cristo morto. Al centro del panello troviamo il massiccio cadavere del figlio di Dio, che occupa la maggior parte dell’opera. Il corpo di Cristo è pallido, pesantemente appoggiato sul bordo destro del sepolcro. Al suo fianco troviamo disposti tutti gli altri personaggi. A sinistra di Gesù troviamo un angelo dal volto sgomento che tiene il braccio di Cristo, mentre alla sua destra troviamo Giuseppe d’Arimatea (qui rappresentato come un vecchio calvo con baffi e barba lunga) che sorregge il corpo sotto l’ascella sinistra e ne tiene con l’altra mano la testa. All’estrema destra troviamo poi due figure femminili: Maddalena e Maria. La prima è colta nell’atto di baciare la mano sinistra di Cristo mentre Maria, vestita di azzurro, si copre il viso distrutta dal dolore. La luce, di derivazione giorgionesca, è diffusa morbidamente su tutte le figure contribuendo a definirne le volumetrie.

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