Il Manierismo in architettura e scultura
Se precedentemente abbiamo visto come l’influsso manierista si esprime in pittura, anche le arti maggiori, architettura e scultura, ne vennero influenzate.
Giulio Romano
Come nella pittura, infatti, anche gli architetti manieristi si diedero alla sperimentazione, rifiutando le regole del passato basate su equilibrio e armonia decorativa favorendo invece un’accentuazione del decorativismo. Una delle personalità artistiche che meglio interpreta questa fase è Giulio Pippi più noto ai più come Giulio Romano (così chiamato per le sue origini). Nato nella città eterna intorno al 1499 (anche se alcuni studiosi la spostano a inizio secolo) il Romano fu non solo architetto ma anche pittore, tanto che fu anche allievo e collaboratore di nientemeno che Raffaello. I suoi più grandi capolavori però si trovano a Mantova, dove Giulio viene invitato direttamente da Federico II Gonzaga. Qui, dal 1526 al 1546 (anno della sua morte), Giulio Romano assunse l’incarico di “prefetto generale delle fabbriche”, l’equivalente odierno del sovrintendente alle costruzioni.
Palazzo tè
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Giulio Romano, Palazzo Tè, 1524-1534, Mantova
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Jacopo Sansovino
Un altro importante esponente dell'architettura manierista fu Jacopo Sansovino, al secolo Jacopo Tatti. Nato a Firenze nel luglio del 1486, la sua formazione artistica iniziò a Roma agli inizi del Cinquecento nella bottega di Andrea Contucci, anch'egli detto Il Sansovino, dal quale ereditò il soprannome. Le prime opere a sua firma risalgono tuttavia al periodo in cui rientrò nella sua Firenze, tra il 1511 e il 1518. Tornato a Roma, lasciò la città eterna in seguito al sacco del 1527 per trasferirsi a Venezia, dove entrò in contatto con il Doge Andrea Gritti, il quale gli affidò sin da subito il restauro della cupola di San Marco. Nella Serenissima lavorò come scultore e, soprattutto, come architetto, tanto da essere nominato Proto della Repubblica, ossia massimo architetto, nel 1529, carica che mantenne fino alla morte, avvenuta nel 1570.
Libreria Marciana
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| Jacopo Sansovino, Libreria (o Biblioteca nazionale) Marciana, 1537-1588, Venezia |
Una delle opere più note del Sansovino è senza dubbio la Libreria Marciana di Venezia, realizzata a partire dal 1537, quando il Senato della Serenissima deliberò la costruzione di un edificio destinato ad accogliere la biblioteca che il cardinale bizantino Basilio Bessarione aveva lasciato alla città nel 1468. L'incarico venne affidato al Sansovino, che vi lavorò fino al 1556, anno in cui i lavori si interruppero per oltre vent'anni, per riprendere soltanto negli anni Ottanta. La libreria venne realizzata su uno spazio che, pur essendo di proprietà della Serenissima, era occupato da diverse locande e da alcuni banchi alimentari, che fu necessario sgomberare per ricavare l'area necessaria alla costruzione. L'edificio si compone di due piani, con quello terreno porticato. La facciata che si apre verso la laguna conta tre campate, mentre quella affacciata su piazza San Marco, di fronte al Palazzo Ducale, ne conta ventuno. La scelta del Sansovino per questo edificio fu quella di adottare, per la prima volta in laguna, un sistema a ordini sovrapposti: dorico al piano terra e ionico a quello superiore. Le arcate doriche sono impreziosite da una trabeazione che alterna triglifi e metope, mentre quelle ioniche sorreggono un fregio raffigurante putti e festoni di fiori e frutta. Si tratta di un modello che affonda le proprie radici nell'antico: dal mondo romano, in particolare, il Sansovino riprende anche l'impianto della basilica. A coronare l'opera verso l'alto si trova una balaustra con tre obelischi angolari e una serie di statue raffiguranti divinità pagane ed eroi mitici dell'antichità, realizzate da alcuni dei più importanti scultori dell’epoca.
Benvenuto Cellini
Anche nella scultura, così come nelle altre arti maggiori, è possibile riconoscere i riflessi dell'approccio manierista all'atto creativo, e uno degli scultori che meglio lo incarna è Benvenuto Cellini. Nato a Firenze il 3 novembre 1500, si formò inizialmente come orafo, e la sua abilità lo rese presto celebre, portandolo a lavorare soprattutto tra Firenze e Roma, a eccezione di una breve parentesi tra il 1540 e il 1545, quando fu alla corte del re di Francia Francesco I, unendosi alla già citata Scuola di Fontainebleau. Rientrato in Italia, si mise al servizio del Duca di Firenze Cosimo I de' Medici. Morì nel capoluogo toscano il 14 febbraio 1571.
Perseo
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| Benvenuto Cellini, Perseo, bronzo, 1545-1554, Loggia della Signoria (Firenze) |
Una delle sue opere più note è senza dubbio il Perseo, realizzato tra il 1545 e il 1554 su commissione di Cosimo I e oggi collocato nella Loggia dei Lanzi, detta anche Loggia della Signoria. Si tratta di una monumentale statua bronzea di oltre cinque metri di altezza, che richiese la fusione di diciotto quintali di metallo. L'opera ritrae Perseo, il mitico figlio di Zeus e Danae, nell'atto di sollevare la testa mozzata e sanguinante della Gorgone, mentre il corpo abbandonato di Medusa giace senza vita ai suoi piedi. La mano sinistra regge lo scalpo del nemico afferrandolo per i serpenti, quella destra impugna la spada appena usata per decapitarlo. La gamba destra è portante, quella sinistra leggermente flessa, in una posa che richiama la statuaria classica. L'eroe è nudo, eccezion fatta per gli stivali alati di Mercurio e l'elmo dal quale fuoriesce una fluente capigliatura. Il volto, rivolto verso il basso, è attraversato da uno sguardo malinconico e distante. Modello scelto dal Cellini per questa figura fu Cèncio, un giovane garzone della sua bottega. La statua è concepita per essere ammirata a trecentosessanta gradi: ogni punto di vista è curato nei minimi dettagli, e in questa attenzione quasi ossessiva per le superfici e le finiture emerge con chiarezza la formazione orafa dell'artista. La figura poggia su un prezioso basamento in marmo che ospita una serie di raffinati bronzetti raffiguranti i personaggi legati al mito di Perseo: Mercurio, Minerva, Andromeda e Danae con Perseo bambino. L'opera nasce con un preciso intento celebrativo: così come l'eroe mitologico ristabilisce l'ordine uccidendo la Gorgone, Cosimo I de' Medici — soffocando le spinte repubblicane — si presenta come il garante della stabilità e dell'ordine del proprio Stato.
Giambologna
Un altro importante rappresentante della scuola manierista è il Giambologna, al secolo Jehan Boulogne. Di origini fiamminghe, nacque nel 1529 a Douai (oggi in Francia, ma all'epoca nei Paesi Bassi), dove compì il suo apprendistato. Nel 1550 fu a Roma per un viaggio di studio, ma sulla via del ritorno, nel 1553, sostò a Firenze, città in cui scelse di stabilirsi definitivamente, almeno dal 1556. Nel capoluogo toscano fu attivo soprattutto alla corte dei Medici — in particolare sotto la protezione di Francesco de' Medici —, per i quali lavorò fino alla morte, sopraggiunta nel 1608. Con la sua opera, il Giambologna riuscì a superare i dettami dei maestri italiani, elaborando uno stile nuovo e originale che funge da tramite tra la rivoluzionaria produzione di Michelangelo e quella barocca di Gian Lorenzo Bernini. Caratteristica tipica dei suoi lavori è la cosiddetta "linea a serpentina", che ritroviamo nella gran parte delle sue sculture.
Il Ratto delle Sabine
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| Giambologna, Il Ratto delle Sabine, 1583, marmo, Loggia della Signoria (Firenze) |
Una delle sue opere più note, e tra quelle che meglio rappresentano il gusto del Giambologna, è il Ratto delle Sabine, un gruppo scultoreo in marmo datato 1583. L'opera nacque come esercizio con cui il Giambologna voleva dimostrare la propria abilità nel scolpire soggetti nudi, e solo in un secondo momento venne identificata come Ratto delle Sabine, con riferimento all'episodio mitico del rapimento delle donne sabine da parte dei Romani. Collocata nella Loggia dei Lanzi in Piazza della Signoria, l'opera ebbe fin da subito un grande successo, tanto che ne vennero realizzate delle repliche in bronzo per soddisfare il desiderio dei nobili fiorentini che ne volevano una copia. Il gruppo si compone di tre figure che si avvitano verso l'alto. Dal basso troviamo un anziano sabino ormai sconfitto e accasciato a terra, sovrastato da un giovane romano dal corpo possente, che afferra una sabina la quale si divincola inarcando la schiena e allungando le braccia. Si può immaginare che il Giambologna abbia voluto rappresentare un soldato romano che strappa la figlia disperata dalle braccia ormai inermi del padre. La superficie dei corpi è morbida, le linee sinuose e i chiaroscuri armoniosi; le figure sono inoltre snelle e slanciate verso l'alto. Nonostante la tensione fisica della scena, la torsione dei corpi non trova alcun riflesso nelle espressioni dei volti. L'opera, alta poco più di quattro metri, fu realizzata dal maestro a partire da un unico blocco di marmo. Per come è stata concepita, la scultura "costringe" lo spettatore a muoversi attorno ad essa per poterne cogliere tutti i personaggi. Questo approccio si distacca nettamente dalla maniera rinascimentale, in cui le sculture erano progettate per essere fruite da un'unica prospettiva privilegiata: qui, al contrario, lo spettatore è invitato a osservarla da ogni punto di vista possibile.





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