Creta e Micene

Non fu solo la mezzaluna fertile a fare da culla ad alcune delle prime civiltà della storia. Anche nel bacino del Mediterraneo infatti si assistette al fiorire di alcune delle società più raffinate e antiche che l’Europa abbia mai visto.






Civiltà cretese

La prima in ordine di tempo da cui partire è la civiltà cretese che, per molti anni, rimase un quasi mito in quanto a lungo non si trovò nessun tipo di prova materiale che ne testimoniasse l’effettiva esistenza. Alcuni studiosi inoltre sostenevano che se anche tale civiltà fosse veramente esistita sarebbe stata una civiltà secondaria, ampiamente influenzata da quella micenea. A cambiare le sorti della questione furono alcune importantissime scoperte archeologiche risalenti agli anni a cavallo tra XIX e XX sec. che cambiarono per sempre la storia dell’archeologia classica: la scoperta da parte dell'archeologo (anche se sarebbe meglio dire dell'umanista) tedesco Schliemann della città di Troia e la scoperta del palazzo di Cnosso da parte dell’archeologo inglese Arthur Evans.

Heinrich Schliemann e Arthur Evans

Ma procediamo con ordine. Heinrich Schliemann un era un vero e proprio archeologo (tanto da arrivare ad avere alcuni screzi con la comunità archeologica) ma fin da giocane ebbe una passione enorme per l’antica Grecia e i suoi miti. Patendo proprio dal mito di Troia e con la convinzione che non fosse semplicemente una leggenda, ma rispecchiasse una qualche forma di storicità, Schliemann si recò nell'odierna Turchia e attraverso una campagna di scavi basata sul testo omerico riuscì a trovare i resti dell’antica città di Troia. Nello stesso periodo l’archeologo inglese Evans, affascinato anche lui dalla mitologia classica e in particolare dal mito di Creta, riescì a portare alla luce i resti del sontuoso palazzo di Cnosso, dando finalmente una prova materiale, concreta e tangibile dell'esistenza della civiltà cretese.

Andiamo ora a vedere più nel dettaglio come si caratterizzasse questa società cretese. Una delle caratteristiche più importanti è che si tratta di una civiltà policentrica, formata quindi da tanti centri urbani, tra i quali Cnosso era se sicuramente il più importante, ognuno con il suo palazzo. Fu inoltre una civiltà molto rigogliosa e che a lungo conobbe un periodo di crescita sia economica che commerciale senza pari, che si riflette in un benessere diffuso e in una ricchezza che quasi tracima nell'opulenza per quanto riguarda l’espressione artistica. E possiamo dirlo nonostante, in realtà, non ci sia pervenuto tanto in quanto la gran parte del patrimonio artistico cretese è andato perduto.

Il Palazzo di Cnosso e il suo labirinto, la storia dà spettacolo a Creta
Interno del palazzo di Conto

Come tutte le società palazzi il palazzo era, ovviamente, al centro della vita quotidiana: sede del potere civile, religioso e militare e in molti casi anche di molteplici attività commerciali ed economiche, gestite o direttamente dal sovrano o, molto più spesso, da una cerchia di funzionari. A differenza dei palazzi mesopotamici quelli cretesi non erano posti al centro della città, ma in una posizione più marginale e defilata. Inoltre, cosa molto particolare, erano palazzi privi di mura difensive e, all’interno, riccamente ed elegantemente decorati. Avevano poi una pianta articolata e irregolare, frutto di anni e anni di aggiungente successive e di ampliamenti realizzati però senza un piano organico. Pare che proprio questa forma così articolata abbia ispirato il mito del labirinto del Minotauro, progettato da Dedalo. All’interno di questi immensi palazzi ampio spazio era dato agli ambienti privati del sovrano e della sua famiglia oltre agli ambienti di rappresentanza come la sala del trono e quella delle udienze. Abbiamo inoltre traccia, per esempio a Cnosso, di palazzi che si sviluppavano addirittura su due piani, il secondo dei quali solitamente riservato agli ambienti residenziali.

Ricostruzione del palazzo di Cnosso

Dalle tracce archeologiche e geologiche abbiamo scoperto che intorno al 1750 a.C. ci fu un enorme terremoto che distrusse gran parte degli edifici di Creta ma, proprio perché come abbiamo detto la società cretese viveva un periodo di ricchezza e sviluppo, non ebbe grossi problemi a rialzarsi e a ricostruire prontamente quanto era andato distrutto. Qualche tempo dopo, però, intorno al 1450 a.C. una seconda devastante scossa di terremoto, seguita dalla terribile eruzione del vulcano dell'isola di Santorini (quella che secondo il mito avrebbe causato l'inabissamento della città di Atlantide), portò alla distruzione dei principali centri abitati dell’isola di Creta. Ciò spiega come mai, quando poco tempo dopo i principi micenei invasero Creta, non trovarono particolare resistenza. Si trovarono infatti davanti una civiltà che, per quanto ricca e influente, nel giro di tre secoli aveva subito due devastanti cataclismi e aveva dovuto ricostruire gran parte dei propri centri urbani.

Tornando all’ambito artistico fortunatamente all’interno del palazzo di Cnosso e altri edifici si sono conservate diversi affreschi da cui possiamo dedurre che i cretesi avevano una qualità stilistica molto alta, caratterizzata da una spiccata eleganza e una vivacità molto forte. Lo intuiamo bene guardando al cosiddetto salto del toro(detta anche taurocatapsia). All’interno del palazzo di Cnosso questo dipinto parietale rappresenta un esercizio ginnico non cruento e molto in voga in quel periodo che si basava sul saltare e volteggiare in groppa un toro in corsa. L'atleta viene qui rappresentato con una carnagione più scura e da questo possiamo ipotizzare che appartenga a un livello sociale più basso (ricordiamoci che a lungo l'abbronzatura era associata alla plebe e al lavoro di fatica). Possiamo poi notare un’eleganza delle forme e una tendenza all'uso della linea curva che va ad ammorbidire il tutto. Da notare inoltre come tutta la scena, dipinta su un bellissimo fondo azzurro, è inserita all’interno di una cornice dipinta.

Il salto del toro

Gli affreschi cretesi, per generalizzare, sono caratterizzati da grande grazia ed eleganza delle forme e da essi possiamo ritrovare alcune convenzioni che sono tipiche in realtà di tutto il mondo antico. Si pensi, ad esempio, al fatto che i maschi siano rappresentati con una pelle bruno-rossastra mentre quella femminile è di colore bianco candido. Da notare anche come la figura umana di questo periodo è spesso rappresentata con gambe e volto di profilo mentre l'occhio è rappresentato frontale (ricorda per diversi aspetti l’arte egizia).

Ma l’arte cretese non si limitava solamente alla decorazione parietale, ma abbiamo tracce anche di un’evoluta arte funeraria e, soprattutto, di ceramiche decorate, sia che fossero piccole sculture dipinte, sia invece che si tratti di vasi e altri oggetti in ceramica. Per quanto riguarda la statuaria, pur non essendoci pervenuti esempi di statuaria di grandi dimensioni (ciò non significa ovviamente che non esistesse) abbiamo però ritrovato diverse piccole statuette, sia in terracotta dipinta che in bronzo che possiamo ipotizzare avessero un una funzione religiosa in quanto i soggetti sono quasi tutti mitico-religiosi. Altra forma importante di decorazione tipica della civiltà cretese, come detto, è la toreutica che nei secoli sviluppa forme sempre più complicate e decorazioni sempre più raffinate.

Esempi di arte cretese

Civiltà micenea

La civiltà micenea fu, a differenza di quella cretese, molto meno interessata all'arte e alla bellezza, per concentrarsi su questioni più pratiche a partire dalla guerra. Questo minor interesse per l'eleganza e la raffinatezza lo ritroviamo anche nell'architettura a partire dal palazzo del sovrano che erano edificati all'interno di cittadelle fortificate mentre i cretesi, come abbiamo detto, non avevano fortificazioni a significare che, evidentemente, non si sentivano minacciati. I vari centri micenei invece erano spesso in opposizione tra di loro e quindi c'era un clima imperante di insicurezza che portò a creare muri talmente grandi da diffondere il mito che queste mura fossero state realizzate dai giganti. Questi palazzi erano inoltre posti su alture a ulteriormente sottolineare il loro carattere difensivo a cui contribuiva la presenza di torri d'avvistamento, ingressi segreti e passaggi sotterranei. Anche dal punto di vista decorativo essi appaiono più austeri rispetto a quelli cretesi così come la pianta risulta maggiormente regolare e lineare. Il centro focale del palazzo era la stanza del trono, una sala solitamente ampia e molto alta e nel cui soffitto al centro troviamo un oculo da cui era possibile far uscire il fumo del fuoco che spesso ardeva al centro della sala. In questa stanza il signore locale, seduto sul suo trono, seguiva le udienze e governava la città.

Porta dei leoni

Della civiltà micenea non è rimasto tanto, soprattutto per quanto riguarda il patrimonio culturale e artistico. Di quello che si è conservato non possiamo non parlare della cosiddetta porta dei leoni, il monumentale accesso alla città di Micene, chiamata così perché sopra l'architrave abbiamo due leoni rampanti (di cui la testa è molto rovinata) inframezzati da una colonna. I leoni in questo caso vanno visti anche come simbolo di forza e di potenza di Micene (considerate che era la prima cosa che chi entrava in città vedeva) e ne ribadiva il carattere militare.

Da citare sono anche le tombe a tumulo dove i micenei seppellivano i propri cari (ricordiamoci che prima del periodo greco nel mondo Mediterraneo era tipica l’inumazione non la cremazione). Si tratta di tombe sotterranee di forma spesso circolare da cui si accedeva attraverso un angusto corridoio coperto. Al centro della tomba troviamo la sepoltura del (o dei) defunti. Proprio grazie ai materiali recuperati dalle sepolture ci siamo potuti fare un’idea della cultura materiale del mondo miceneo. Gran parte di quello che noi oggi sappiamo su questa civiltà lo abbiamo dedotto proprio a partire dai corredi funebri.

Tomba a tumulo

In una di queste tomba a tumulo venne trovato uno dei reperenti archeologici più noti della storia: la maschera funebre di Agamennone. A scoprire questa preziosa maschera d’oro fu Heinrich Schliemann il quale, dopo averla studita e confrontata con le altre maschere trovate nella stessa sepoltura, dedusse che per la sua unicità e per la sua eleganza dovesse essere la maschera funebre dell'eroe della guerra di Troia Agamennone. Ma facciamo un passo indietro. In questo periodo (ma lo vedremo anche in periodo romano) era tipico realizzare delle maschere dei propri cari defunti per conservarne le fattezze anche dopo la morte. Tornando a Schliemann il ragionamento dietro all’identificazione del reperto si basava sull’idea che la raffinatezza e la cura di questa maschera dovevano essere giustificate dal fatto che il defunto di cui ne ricalcava i tratti dovesse essere una persona di un certo rilievo sociale. E chi era secondo Schliemann il più importante esponente del mondo miceneo? Agamennone. Questa teoria che a lungo venne sostenuta dal mondo archeologico recentemente cominciò a essere messa in dubbio. Schliemann infatti non aveva una formazione archeologica e spesso era incline a intervenire su quello che trovava per adattare i resti scoperti alle proprie ipotesi e se andiamo a osservare la maschera funebre guardando determinati dettagli, come ad esempio la forma dei baffi o la pettinatura, ci accorgiamo di come siano vagamente simili a quella che era la moda tedesca dell'epoca. Secondo alcuni archeologi infatti Schliemann dopo la scoperta della maschera (che forse poteva sì avere qualche dettaglio più curato rispetto alle altre) l’avrebbe alterata al fine di provare che quella era la tomba di Agamennone.

Maschera di Agamennone

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