La pittura gotica del XIII sec.: Cimabue
Ma le vetrate non furono l’unica forma d’arte a svilupparsi in questo momento. Grande fortuna ebbero anche le pitture su tavola lignea, in particolare le pale d’altare e le croci dipinti. Assistiamo in questo periodo al superamento delle stilizzazioni tipiche del gusto precedente, all’arricchimento del contesto paesaggistico e architettoniche che fa da sfondo alle scene dipinte, all’uso del fondo oro e a un uso rinnovato del colore.
Il più importante esponente di questo nuovo gusto pittorico è sicuramente Cimabue (ca. 1240 -1302), attivo nella seconda metà del XIII sec. Prima di tutto partiamo dal nome: Cimabue era il soprannome di Cénni di Pépo, nato a Firenze ma attivo in tutto il Centro Italia. Poche e frammentarie sono le notizie biografiche che abbiamo di lui ma la leggenda vuole che fosse il maestro di Giotto, colui che scoprì la grande abilità del discepolo mentre disegnava su una roccia una pecora (notizia però priva di fondamento storico).
La formazione del giovane Cimabue è da inquadrare nella tradizione Bizantina che non si era ancora del tutto estinta e nella penisola italiana aveva ancora un certo seguito. Caratteristico di Cimabue è la volontà di ricercare nelle sue opere una nuova aderenza alla realtà, riconosciutagli anche dal grande biografo degli artisti il Vasari che disse che nei suoi dipinti Cimabue si ispirava alla vita quotidiana.
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| Crocifissione di S.Domenico, Arezzo |
Questa ricerca di aderenza al vero emerge nella Crocifissione di San Domenico (1268-1271) ad Arezzo che è la prima opera attribuita con certezza a Cimabue. Si tratta di una croce lignea dipinta di grandi dimensioni che si rifà alla tradizione del Christus patiens, ossia del cristo fattosi uomo, reinterpretato. Se il volto infatti rappresenta appieno tutto il dolore e la sofferenza della morte, le braccia sono rilassate, come se non stessero sorreggendo alcun peso. Il disegno è molto evidente e, insieme al chiaro scuro, contribuisce a modellare le forme e a dare un senso di maestosità. Evidenti sono anche i riferimenti al gusto bizantino, si guardi alla tripartizione dell’addome, il panneggio dorato del perizoma e la forma degli occhi.
Un altro esempio importante della produzione di Cimabue è la cosiddetta Madonna di Santa Trinita dal nome della chiesa di Firenze dove era esposta prima di essere trasferita agli Uffizi (1288-92). Si tratta di una maestà, ossia la rappresentazione di un personaggio, in questo caso la Madonna, seduta in trono come fosse una regina con in braccio il bambin Gesù. Tutta la scena è poi coronata da otto angeli ai lati del trono e quattro profeti che stanno sotto lo scranno. Grazie a un sapiente uso del chiaroscuro e alla geometricità quasi architettonica e alla complessità del trono Cimabue riesce a dare un senso di profonda spazialità al dipinto. Siamo qui davanti a un Cimabue più maturo e il cui stile è ormai sempre più lontano dal gusto bizantino da cui era sempre stato influenzato. Si guardi ad esempio ai volti della Vergine o dei profeti, che superano quella fissità e quell’assenza di espressività tipica del gusto precedente in favore di un maggiore realismo e di una maggiore eloquenza (si guardi ad esempio il sorriso molto umano della Madona). Legami col gusto bizantino certo restano, si pensi all’uso massiccio dell’oro che ritroviamo sia nello sfondo che nelle aureole degli otto angeli o alla schematicità delle pose degli angeli le cui teste sono inclinate in modo simmetrico. Da notare infine, proprio per sottolineare la cura per i dettagli e l’attenzione ai chiaro scuri di Cimabue, l’uso dell’oro nei panneggi della Vergine per accentuare le lumeggiature.
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| Madonna di S. Trinita, Firenze |
Un’ultima opera di Cimabue che secondo me è utile andare a vedere è la Crocifissione realizzata nel transetto sinistro della Chiesa superiore della basilica di S. Francesco d’Assisi. Questo affresco va inserito all’interno del ciclo pittorico realizzato da Cimabue e i suoi aiutanti rappresentante scene della vita di Gesù e della Madonna. L’opera versa in un pessimo stato di conservazione dovuto in particolare all’ossidazione del bianco di piombo usato da Cimabue il cui colore, col tempo, si è invertito dando un effetto di negativo, con le parti chiare diventate scure e viceversa. Al centro della scena troviamo la monumentale e sinuosa (si veda come forma una sorta di S) figura del cristo crocifisso circondato da due schiere di angeli che ne piangono la morte. Interessante qui notare la forte espressività degli angeli nei gesti e nei volti, da quelli che si portano le mani sulla fronte a quelli che allargano sgomenti le braccia. Più in basso, a terra intorno alla croce, troviamo a destra altri personaggi dolenti e a sinistra un gruppo di soldati e farisei arrabbiati e increduli. Entrambi i gruppi, secondo l’antico principio delle proporzioni gerarchiche, sono rappresentati più piccoli rispetto alla figura centrale del Cristo morto. In tutti e due i gruppi però, come per gli angeli, emerge un’espressività molto marcata. Da notare ad esempio il gesto della Maddalena che spalanca disperate le braccia nella direzione della croce perfettamente bilanciata da un gesto simile proposto da uno dei personaggi del lato opposto del dipinto. Interessante poi in conclusione notare come uno dei volti del gruppo di destra si dica essere un autoritratto di Cimabue.
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| Crocifissione della Basilica superiore di S. Francesco, Assisi |




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