Prima di affrontare alcuni tra i più grandi artisti che la Grecia classica ha saputo regalare all'umanità dobbiamo partire da una premessa importante: l'arte classica, a differenza di come si può pensare, non si sviluppa solamente ad Atene (per quanto la capitale dell'attica resti uno dei centri più fiorenti della produzione artistica greca), molto importante infatti è anche l'apporto che daranno le colonie, soprattutto quelle dell'Italia meridionale (la cosiddetta Magna Grecia).
La Grecia classica
Siamo nel periodo caratterizzato dalla vittoria della Grecia sui persiani, è un periodo in cui la cultura ellenica ha un enorme sviluppo. Non solo cultura intesa come arte, ma è uno sviluppo che coinvolge in senso più ampio tutte le branche del sapere. Le caratteristiche principali di questa produzione vastissima, di cui noi però conosciamo solo una minima parte (e in alcuni casi filtrata dalle copie romane) sono senza dubbio la conquista dello spazio e la padronanza completa da parte degli artisti della materia che li porta a esplorare a fondo il movimento. Le sculture classiche si scrollano di dosso quindi quella staticità innaturale che aveva caratterizzato le opere di periodo arcaico a favore di un pieno controllo e dominio dello spazio e della tridimensionalità. Assistiamo anche a uno sviluppo del tutto tondo, con statue non più pensate per essere addossata una parete, ma per essere viste da ogni lato.
Iride, dal frontone ovest del Partenone.
Il canone di Policleto
Altra caratteristica che farà di questo periodo il culmine di quello che a lungo venne ritenuto lo sviluppo artistico greco, sarà la canonizzazione e la definizione matematico-anatomica delle proporzioni del corpo, che vengono studiate analiticamente e che vennero codificate uno degli scultore e trattatisti più famosi dell'epoca: Policleto. Egli arrivò a definire in un trattato come deve essere la figura umana perfetta, quali fossero le regole che stanno alla base delle sue proporzioni e delle sue misure e arrivò anche a crearne un'esemplificazione pratica attraverso scultura, il Doriforo, di cui andremo a parlare più avanti.
I grandi nomi della scultura classica: Mirone, Fidia, Policleto
La statuaria classica, va ricordato, si sviluppa soprattutto intorno ai grandi nomi degli artisti. Siamo infatti nel periodo in cui gli scultori, forti di una nuova concezione del loro ruolo, iniziano a firmare le proprie opere, cominciando ad avere così un nome riconosciuto e una fama tali da portarli in giro per la Grecia per rispondere alle commissioni che le varie Polis, ma anche alcuni facoltosi personaggi fanno loro. Pensiamo ad esempio a Policleto, che abbiamo appena citato, ma anche a Fidia, Prassite o Mirone.
Discobolo di Mirone
Iniziamo proprio da Mirone, che stando alle fonti nacque intorno al 50 a.C. in Beozia, la regione della Grecia a nord dell'Attica, ed è famoso per le sue opere in bronzo, di cui abbiamo alcune descrizioni negli scritti di Luciano. Questi testi ci hanno permesso di identificare alcune copie romane in pietra ritrovate in scavi archeologici e di cui la più famosa è senza dubbio il discobolo, ossia il lanciatore del disco. L'opera, che possiamo far risalire alla metà del Quattrocento avanti Cristo, rappresenta il corpo del lanciatore colto nel momento di massima tensione, che precede l'azione vera e propria. Il piede destro poggia saldamento a terra, mentre con l'altro il discobolo mantiene l'equilibrio. Tutto il corpo ruota in un moto spiraliforme che va dalla testa ai piedi. Questo sforzo e questa tensione non si riflettono però nel volto, che esprime concentrazione e determinazione, ma non fatica. La costruzione di questa figura è fortemente geometrica, e ci possiamo vedere facilmente una composizione di linee circolari, zigzag e triangoli. Questa composizione riflette il lavoro di analisi matematica e di ricerca che stava alla base della scultura. Molto evidente in quest'opera il sostegno dovute alla trasposizione in pietra dell'originale bronzeo e che ci permette di identificare quest'opera come copia romana.
Passiamo poi a Fidia, che è forse lo scultore più importante dell'epoca, tanto che gli fu affidato il compito di sovrintendere ai lavori di costruzione del Partenone e sarà sempre lui a realizzare l'enorme statua crisoelefantina della dea Atena. Questa sua importanza si riflette anche nell'abbondanza di notizia biografiche che abbiamo su di lui. Sappiamo infatti che nasce da Atene intorno al 550 a.C., e che in gioventù fu apprendista di un pittore. Abbandonò però presto la pittura per darsi alla scultura, dove divenne maestro nella fusione in bronzo.
Atena Lemnia
Un'altra opera di Fidia molto nota fu l'Atena Lemnia, realizzata intorno al 450 a.C., (siamo quindi contemporanei al Discobolo di Milone). Si tratta di un'opera che venne commissionata all'artista dai coloni greci dell'isola di Lemno, che volevano farne dono alla dea affinché proteggesse la loro attività colonizzatrice. Con un braccio l'adea si appoggia a una lancia, mentre con l'altro regge l'elmo. Si tratta quindi della dea rappresentata come guerriera, anche se il fatto che l'elmo sia in mano e non in testa, ci fa capire come Atena sia qui rappresentata in un momento di riposo benevolente. Si tratta di una novità, un nuovo modo di interpretare la divinità che introduce Fidia. La statua presenta poi l'egida (una corazza protettiva fatta di pelle di pecora tipica della dea Atena) di traverso sul busto. Anche Pausania, nella sua celebre opera "Periegesi della Grecia" in cui gira tutta la penisola ellenica passando anche da Atene, ci racconta le fattezze di quest'opera, e la descrive come la statua più bella che Fidia avesse mai realizzato. Anche grazie alla sua descrizione di come quest'opera doveva apparire è stato possibile tentare di ricostruire il suo aspetto originale. La ricostruzione più affidabile è quella fatta dall'archeologo tedesco Adolf Furtwängler che mise insieme diversi frammenti di varie opere ritrovate durante gli scavi al fine di raggiungere la forma più simile a quella che doveva essere l'originale. E' stato tra l'altro sempre il Furtwängler a riconoscere in un frammento quella che doveva essere l'Atena Lemnia e poi da lì a ricostruirla nella sua interezza.
Canone di Policleto
Terzo grande nome di cui parliamo oggi e di cui abbiamo accennato in precedenza è Policleto, il quale deve la sua immensa fama che perdura fino ad oggi soprattutto grazie al suo canone che, come tutti (o quasi) si ricordano prevede che la testa deve stare intorno alle 7-8 volte nel corpo. Nato probabilmente ad Argo, nel Peloponneso, da una famiglia di scultori, Policleto è attivo attivo tra il 460 e il 420. Ad Atene l'autore del canone conobbe Fidia e il suo lavoro. Sono poche però le statue che siamo in grado di attribuirli con certezza a Policleto, e quelle che siamo riusciti ad attribuirgli rappresentano il culmine della sua attività artistica e della sua ricerca di naturalismo e aderenza al vero. Tornando al canone, che è traducibile letteralmente come "regola", si tratta di un testo tecnico che riassume tutto quelli insieme di regole matematiche necessarie alla costruzione del corpo umano perfetto. Perfezione data dal fatto che esso viene costruito sulla base di proporzioni ben precise. Queste regole andavano a incidere su tutti i rapporti del corpo in tutte le sue varie parti, dalla distanta tra gli occhi alla dimensione del naso. Tutto era legato da proporzioni precise, dando al corpo umano un'armonia che gli scultori classici - e Policleto in primis - cercano di ricreare nella pietra e soprattutto nel bronzo. A Modello Pratico di questo insieme di regole Policleto aveva presentato una delle sue statue, che rappresenta anche uno degli esempi di scultura greca più famosi in assoluto: il Doriforo.
Doriforo di Policleto
Datato intorno al 440 a.C., il Doriforo rappresenta il portatore di lancia. Si tratta di una statua che diventerà un modello per tante altre opere di altri scultori che ne riprenderanno l'impianto e, soprattutto, le proporzioni. Il Doriforo rappresenta un giovane mostrato mentre avanza a passo lento, in un movimento solo accennato, mentre porta una lancia che però sfortunatamente è andata perduta. Una delle gambe è ben piantata a terra e regge l'intero peso del corpo, mentre l'altra è leggermente flessa, con il piede che tocca terra solamente con la punta (un elemento questo che rivedremo in tante altre opere), in una posa molto naturalistica. Anche in questo caso la statua originale era in bronzo e ci troviamo di fronte a una copia di età romana, come lo intuiamo immediatamente dal vistoso sostegno aggiunto dal copista a fianco della gamba, e da un puntello che unisce braccio e gamba destra. Questa posa ponderata si riflette anche in una contrazione dell'anca e un disassamento delle spalle, che da alla statua un movimento un sinuoso, a cui si somma poi una posa chiastica, tipica del periodo classico e basata su uno schema a X per cui alla gamba flessa corrisponde il braccio opposto a riposo, e alla gamba che regge il peso si oppone il braccio opposto in tensione, in questo caso quello che lancia, quello che teneva la lancia. Anche in quest'opera, come nel lanciatore del disco che abbiamo visto prima, la testa, è caratterizzata da uno sguardo fiero e deciso, ed è incorniciata da una capigliatura a ciocche scolpite una a una probabilmente utilizzando un trapano a mano. Il volto del Doriforo non mostra un particolare sforzo o particolare tensione emotiva. Durante il periodo classicismo infatti non c'è nessun tipo di volontà di rappresentare attraverso il volto, espressioni di fatica, sforzo, dolore o qualunque altra emozione. I volti sono distaccati, a differenza del periodo ellenistico in cui vedremo invece una maggiore attenzione a una resa più realistica. Siamo ancora in dubbio se oltre alla lancia il Doriforo dovesse tenere in mano anche uno scudo. Quello che colpisce di quest'opera è la grande armonia tra le varie parti, la naturalezza e il senso di unità che il corpo riflette.
Passiamo poi adesso al terzo grande scultore di età classica di cui voglio trattare in questa sede: Prassitele. Attivo tra il 375 e il 330 a.C., decisamente più giovane di quelli di cui abbiamo parlato fino adesso, Prassitele è molto legato al gusto dei maestri classici, ma al contempo è capace di esprimere uno stile più intimistico e sensibile, ispirato a una maggiore grazie e sensualità. Assistiamo qui a una volontà di sottolineare il più possibile la grazia e la sensualità delle figure, soprattutto quelle femminili. Prassitele realizzerà infatti diverse statue con soggetti femminili, tanto che l'opera più nota che ci è arrivata in un gran numero di copie (più copie romane ci sono più l'opera originale doveva essere apprezzata) è l'Afrodite Cnidia. Un ulteriore elemento tipico delle sculture di Prassitele sono i giochi di luce che l'artista inserisce ad esempio nei capelli e nei panneggi.
Afrodite Cnidia
Come abbiamo detto poc'anzi l'opera più nota di Prassitele è l'Afrodite Cnidia, così detta perché furono proprio gli abitanti di Cnido, in Asia minore, a commissionare questa opera a Prassitele. La scultura rappresenta la dea Afrudite nuda, una novità assoluta. Mai nessuno, dai tempi delle korai, aveva osato rappresentare una dea, quindi una donna, nuda. La nudità eroica infatti è stata a lungo un'esclusiva maschile. Prassitele compie quindi un gesto rivoluzionario rappresentando Afrodite in un momento molto intimo. La dea si è appena spogliata ed è pronta per fare il bagno (forse un'abluzione rituale). Uno spogliarsi che non è solo fisico, ma Afrodite si spoglia anche di quei caratteri di sovrannaturalità che la caratterizzano per essere rappresentata come una donna terrena. Il tentativo di coprirsi con la mano riflette una naturale pudicizia, un gesto del tutto spontaneo che chiunque in quella condizione avrebbe compiuto. Un gesto che però, nella sua pudicizia, esprime una fortissima carica sensuale. Così come tutta l'opera ha un forte intento di seduzione, accentuato ulteriormente dalla lucidità della superficie di pietra (effetto che doveva essere ancora più evidente nell'originale in bronzo). Pensiamo poi che spesso le statue in pietra venivano successivamente ricoperte di cera d'api, che essendo tendente al giallo, donava un colore più caldo e maggiormente simile alla pelle umana alla pietra. Quello che è certo è che quest'opera dovette avere un effetto di rottura enorme rispetto allo standard a cui i greci erano abituati. Le forme del corpo sono morbide e sinuose e mettono bene in mostra la femminilità della dea. L'opera ebbe un un grande successo e lo vediamo nel gran numero di copie pervenute fino a noi. Tanti artisti successivi inoltre si ispirarono all'Afrodite Cnidia, magari con delle variazioni sul tema ma che comunque si rifanno a questa struttura di base. Proprio questa dirompete rottura con la tradizione fu la ragione per cui la statua andò agli abitanti di Cnido. L'opera infatti era stata originariamente realizzata per un altro committente ossia gli abitanti dell'isola di Chio i quali però, rimanendo scandalizzati dalla nudità della dea, si rifiutarono di acquistarla costringendo Prassitele a realizzargli un'altra opera. Questa scultura rimase in magazzino fino a quando gli abitanti di Cnido non la videro e decisero di comprarla. L'Afrodite ebbe un enorme successo tra i greci, che si rispecchiò in un numero non indifferente di persone che andarono in visita alla statua, tanto che si racconta come gli abitanti di Cnido finirono per deridere gli abitanti di Chio per la loro ottusità e per la loro scarsa capacità di guardare al futuro e di comprendere quanto quest'opera fosse rivoluzionaria e di come avrebbe potuto influire positivamente sulla fama della città.
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