L'arte nella Roma Repubblicana: basiliche, templi e ritratti

Nel panorama dell’arte romana di età repubblicana, l’architettura rappresenta senza dubbio l’ambito in cui la romanità riesce a esprimere con maggiore efficacia la propria capacità innovativa e creativa. È qui che Roma sviluppa soluzioni originali, destinate ad avere una lunga fortuna nei secoli successivi, fino ad arrivare in alcuni casi ai giorni nostri.



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Le basiliche

Tra gli edifici più significativi di questo periodo spicca la basilica, una tipologia architettonica che nasce in età repubblicana e che avrà un’influenza duratura nella storia dell’architettura occidentale. È necessario però chiarire subito un punto fondamentale: la basilica romana non va confusa con la basilica cristiana. Nel mondo romano, infatti, la basilica era un edificio civile, mentre la basilica cristiana è una particolare tipologia di chiesa che riceve questo titolo dalle autorità ecclesiastiche. Nell’uso comune il termine viene spesso esteso impropriamente a qualsiasi chiesa, ma si tratta in realtà di una definizione ben precisa.

Ricostruzione di una basilica romana (fonte: Arte Svelata)

La basilica romana svolgeva funzioni esclusivamente civili: era il luogo in cui si amministrava la giustizia, si discutevano affari, si svolgevano attività burocratiche ed economiche. Molte di queste funzioni, nei periodi di bel tempo, venivano svolte all’aperto, ma la basilica offriva uno spazio coperto e organizzato per le attività pubbliche.

Il legame tra basilica romana e chiesa cristiana emerge soprattutto nell’analisi della struttura architettonica. La basilica era un edificio di forma rettangolare, suddiviso internamente in navate – solitamente tre – separate da colonne e archi. Questa articolazione dello spazio richiama immediatamente quella delle chiese cristiane, che pur presentando elementi aggiuntivi come il transetto o le cappelle laterali, mantengono la stessa impostazione di base. Un ulteriore elemento comune è la presenza, su uno dei lati corti, di un’abside semicircolare, che nella basilica romana ospitava lo scranno del giudice, ovvero il luogo in cui si amministrava la giustizia e si svolgevano i processi. Anche nelle chiese cristiane l’abside è collocata sul lato opposto rispetto all’ingresso e rappresenta uno spazio di particolare rilevanza.

Le differenze tra i due edifici sono comunque evidenti. Oltre alla funzione, cambia ad esempio il sistema di accesso: mentre nella chiesa cristiana si entra dal lato corto, nella basilica romana l’ingresso era generalmente collocato su uno dei lati lunghi. Anche l’illuminazione seguiva criteri specifici: la luce entrava attraverso una serie di grandi finestre poste in alto, su un piano rialzato rispetto all’ingresso, una soluzione che anticipa le vetrate delle chiese cristiane.

All’esterno, le basiliche potevano essere circondate da un porticato o colonnato, anche su due livelli, che ne seguiva il perimetro. Sotto questi spazi coperti si svolgevano ulteriori attività economiche e civili, rafforzando il ruolo della basilica come centro della vita pubblica.

L'architettura templare

Accanto all’architettura civile, l’età repubblicana vede anche lo sviluppo dell’architettura templare, sebbene di questa fase ci sia giunto relativamente poco. Molti edifici sono andati perduti nel corso dei secoli, rendendo difficile ricostruire pienamente la ricchezza architettonica della Roma repubblicana. Tuttavia, alcuni esempi permettono ancora oggi di intuire l’aspetto e il prestigio dei templi di questo periodo. Tra questi spiccano il Tempio di Ercole Vincitore e il Tempio di Portunos.

Tempio di Ercole Vincitore

Tempio di Ercole Vincitore, 120 a.C., Roma

Il Tempio di Ercole Vincitore prende il nome dalla divinità a cui era dedicato, Ercole nella sua veste di protettore degli oleari, ovvero dei produttori di olio d’oliva. Il tempio fu infatti finanziato e commissionato da Marco Ottavio Erennio, appartenente a questa corporazione. Si tratta di un edificio particolarmente significativo per la sua pianta circolare, una tipologia rara sia nel mondo romano sia in quello greco, dove era spesso associata a templi di carattere oracolare. Il tempio sorge su un gradino in marmo ed è circondato da una peristasi circolare composta da venti colonne corinzie. I capitelli di queste colonne furono probabilmente realizzati in Grecia e successivamente trasportati a Roma, segno del prestigio e del costo elevato dell’opera. Costruito verso la fine del II secolo a.C., il Tempio di Ercole Vincitore è il più antico tempio romano interamente realizzato in marmo. L’aspetto che possiamo osservare oggi, tuttavia, non coincide con quello originario: nel corso della sua lunga storia l’edificio è stato più volte modificato e restaurato. La sua trasformazione in chiesa nel 1140 d.C. ne ha garantito la sopravvivenza fino ai nostri giorni.

Tempio di Portunos

Tempio di Portunos, IV-III sec. a.C., Foro Boario, Roma

Un destino simile ha interessato il Tempio di Portunos, noto anche come Tempio della Fortuna Virile, riconvertito in chiesa già nell’872 d.C. Questo edificio è uno dei meglio conservati dell’età repubblicana ed era dedicato a Portuno, divinità protettrice degli approdi fluviali. Il tempio si trovava nell’area del Foro Boario, il mercato del bestiame e delle carni, situato lungo una delle sponde del Tevere. La vicinanza al fiume rispondeva a esigenze pratiche, legate sia alla macellazione sia allo smaltimento degli scarti. L’aspetto attuale del tempio deriva da una ricostruzione databile alla seconda metà del II secolo a.C., anche se l’edificio ha subito nel tempo numerosi interventi di modifica e restauro. È realizzato su un podio in muratura rivestito da lastre di travertino, al quale si accede tramite una gradinata ricostruita. La facciata presenta quattro colonne ioniche scanalate in travertino, mentre sul retro e sui lati sono presenti colonne solo nelle parti esterne, creando uno spazio di transizione verso la cella. Le pareti della cella sono costruite in blocchi di tufo, ai quali sono addossate semicolonne, anch’esse in tufo ma dotate di basi e capitelli in travertino. Per la presenza di queste semicolonne addossate ai muri, il tempio viene definito semiperiptero. Un elemento particolarmente interessante è il rivestimento pittorico che copriva colonne e semicolonne, creando un effetto marmoreo: in alcuni punti, seppur molto rovinato, questo strato è ancora visibile.

Il ritratto

Prima di concludere l’analisi dell’arte romana repubblicana, è fondamentale soffermarsi su un altro ambito in cui emerge un forte carattere di novità: il ritratto. Il ritratto nasce nel mondo greco, ma con una concezione profondamente diversa rispetto a quella romana. In Grecia l’obiettivo non era tanto la resa fedele dell’individuo, quanto la creazione di un’immagine idealizzata e simbolica. Basti pensare alle raffigurazioni di Alessandro Magno, rappresentato come una figura quasi sovrumana, ispirata ai modelli di Zeus. Nel mondo romano, invece, il ritratto assume una funzione molto più vicina alla nostra sensibilità moderna. Gli artisti mirano a rappresentare il soggetto per ciò che è realmente, senza idealizzazioni e senza sottrarlo al tempo e allo spazio. Questa concezione si riflette anche nell’uso prevalentemente privato del ritratto, spesso legato al culto degli antenati, e nella grande attenzione al dettaglio e alla resa realistica. In alcuni casi questa ricerca di verità arriva a essere estremamente cruda, mostrando i segni del tempo, le imperfezioni e l’invecchiamento. Si tratta di una scelta coerente con i valori della società romana repubblicana, che privilegiava semplicità, pragmatismo e moderazione. Gli elementi puramente decorativi ed estetici, tipici dell’arte greca, trovano quindi uno spazio più limitato, almeno in questa fase storica.

Bruto Capitolino

Bruto Capitolino, III sec. a.C., Musei Capitolini (Roma)

La forma più diffusa del ritratto è il busto, generalmente in pietra, che raffigura la testa, il collo e talvolta la parte superiore del torso. Un esempio emblematico è il cosiddetto Bruto Capitolino, una statua bronzea del III secolo a.C., oggi conservata ai Musei Capitolini di Roma.

È importante ricordare che il fatto che molti busti siano giunti fino a noi in marmo non significa che fossero originariamente concepiti solo in questo materiale. Come accadde per la statuaria greca, molte opere bronzee romane vennero rifuse in epoca medievale. In alcuni casi, prima della rifusione, vennero realizzate copie in pietra, spiegando così la predominanza di esemplari marmorei giunti fino a noi.

Il Bruto Capitolino presenta una testa probabilmente appartenente a una statua oggi perduta, assemblata in epoca moderna su un busto bronzeo. Questa pratica, diffusa soprattutto nel Settecento e nell’Ottocento, mirava a ricostruire il più fedelmente possibile l’aspetto delle statue antiche combinando frammenti provenienti da contesti diversi. Dal punto di vista tecnico ed espressivo, l’opera è di grande raffinatezza: gli occhi non sono vuoti, ma ospitano inserti in avorio, rendendo la statua polimaterica e accentuando la forza dello sguardo. La capigliatura e la barba sono realizzate con grande cura, attraverso ciocche sovrapposte che dimostrano un’elevata abilità scultorea. La bocca serrata e lo sguardo concentrato conferiscono al volto un’intensa severità, cifra distintiva del ritratto romano di età repubblicana.

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