Il Partenone

Il grande discrimine tra periodo arcaico e classico è dato dalle guerre persiane, ossia le ostilità che scoppiano nel 499 a.C. tra le colonie greche della costa orientale del Mar Egeo (odierna Turchia) e l'Impero Persiano. Le città greche decisero infatti di ribellarsi al dominio persiano, che da tempo aveva assoggettato questi territori imponendo tributi alle colonie greche. A guidare la rivolta troviamo Mileto guidata dal tiranno Aristagora che si fa promotrice di una richiesta di aiuto alla Grecia continentale. Nonostante il sostegno di Atene, l’unica grande città greca a rispondere, i Persiani – forti della loro maggioranza numerica – riuscirono rapidamente a sedare col sangue la rivolta riconquistando Mileto nel 494 a.C.. Nonostante la vittoria schiacciante, il re persiano Dario I decise di proseguire il conflitto con la volontà di punire anche la Grecia continentale e in particolare Atene, così da ottenere il controllo assoluto sul bacino del Mediterraneo. Nel 490 a.C., Dario I inviò verso Atene un grande esercito che riuscì a sottomettere alcune delle polis greche che non furono in grado di organizzare un fronte comune. Lo scontro definitivo tra l’esercito ateniese e i Persiani avvenne nella pianura di Maratona, a pochi chilometri da Atene e vide la vittoria dell’esercito greco guidato da Milziade.



Alla morte di re Dario, suo figlio Serse organizzò una nuova spedizione punitiva per vendicare la sconfitta e riaffermare l’onore e la supremazia persiana. Di fronte a questa nuova minaccia, le città-stato greche non si limitarono a rafforzare le proprie difese (in particolare Atene puntò tutto sul potenziamento della flotta, mettendo così le basi per il suo dominio dei mari dei successivi secoli), ma decisero di fare appianare le divergenze e allearsi per meglio resistere allo straniero. Nasce così nel 480 a.C. una coalizione di polis nota come Lega Panellenica, composta da circa 30 città e guidata da Sparta e Atene, le due grandi città a lungo nemiche. Sparta guidò le operazioni di terra sotto l’egida di Leonida (che entrerà nella storia per il suo sacrificio alle Termopili), mentre Atene, con la sua flotta, dominerà la guerra via mare sotto il comando di Temistocle.

La seconda guerra persiana culminerà nelle battaglie decisive di Salamina e Platea, navale la prima terrestre la seconda, nelle quali i Greci riuscirono a ribaltare le sorti del conflitto sconfiggendo nuovamente i Persiani. Durante la guerra però, Atene venne presa e la sua Acropoli devastata, con templi e statue distrutti o gravemente danneggiati. Per risolvere il problema dei resti sacri, che in quanto tali non potevano semplicemente essere rimossi e gettati via, si decide allora di seppellirli in una grande fossa ai piedi dell'Acropoli, nota oggi come la "colmata persiana." Questo evento segna un momento cruciale per la produzione artistica greca, poiché gli oggetti sepolti nella fossa ci permettono di datare molte opere come sicuramente precedenti al 480 a.C. L’Acropoli rimase inoltre in rovina per quasi quarant’anni, a memoria di quanto accaduto, fino a quando Pericle, nel 447 a.C., avvia un grandioso progetto di ricostruzione.

Resti della cosiddetta "colmata persiana"

Come abbiamo detto, con le guerre persiane si chiude il periodo arcaico e comincia quello classico, una fase della storia considerata da molti come l’apice della fioritura intellettuale e artistica ellenica. Questa idea si sviluppa soprattutto a partire dall’800, con i lavori degli archeologi e dei letterati neoclassici (a partire dal tedesco Winckelmann) che videro nell’eredità classica il punto più alto del mondo antico, spesso non considerando minimamente lo sviluppo successivo di epoca ellenistica.

Tornando a noi, nel contesto della Grecia Classica osserviamo la nascita quella visione filosofica e di pensiero nota come antropocentrismo, che vede l’uomo come misura di tutte le cose, ponendolo al centro delle ricerche artistiche e scientifiche. In ambito artistico ciò si traduce nel tentativo di raggiungere un grado di realismo e di naturalezza sempre maggiore all’inseguimento di una perfezione ideale. Dietro a queste ricerche troviamo anche un grande lavoro di elaborazione teorica di cui un esempio significativo è il "Canone di Policleto", un trattato sull’armonia e le proporzioni da seguire nella scultura, che trovano anche una esemplificazione concreta nella famosa statua del Doriforo (ossia il portatore di lancia) opera dello stesso Policleto. Il grande scultore e teorico, così come molti artisti dell’epoca, ricerca la perfezione non solo attraverso la copia della realtà, ma nella realizzazione di un modello ideale e astratto di bellezza.

Canone di Policleto e Doriforo

Come abbiamo detto, per molti decenni dopo le guerre persiane, l’acropoli di Atene restò in uno stato di devastazione finché sotto Pericle non si decise di avviare i lavori di monumentale ricostruzione, operazione questa che rappresenta uno spartiacque fondamentale nella storia dell'arte e dell'architettura greca. Questo maestoso progetto, che vede il marmo come materiale predominante, diventa la rappresentazione concreta della forza e della ricchezza di Atene. In realtà i lavori si estendono anche al di fuori dell’Acropoli, portando a una trasformazione di tutta la città in direzione di una maggiore regolarizzazione del tessuto urbano che, essendo frutto di anni di evoluzione e espansione della città, aveva fino a quel momento seguito uno sviluppo irregolare.

Dobbiamo tenere però presente che durante i lavori di ricostruzione dell’Acropoli, che dureranno diversi decenni, scoppiò quella che viene chiamata guerra del Peloponneso, uno dei conflitti più sanguinosi della storia greca e che dal 431 al 404 a.C. oppose Atene e Sparte e le polis loro alleate. Causa principale dello scoppio delle ostilità fu l’esplicita volontà degli ateniesi di affermare la propria egemonia sul resto dei greci, una volontà inaccettabile per la storica rivale Sparta, che mai avrebbe tollerato di avere un ruolo di secondo piano. Una guerra che per il suo impatto devastante che ebbe sulle città che vi parteciparono avrà ripercussioni anche sull’avanzamento dei lavori di ricostruzione dell’Acropoli come avremo modo di vedere più avanti.

Foto dell'Acropoli di Atene

Il primo edificio ad essere ricostruito è il Partenone, il tempio dedicato ad Atena Parthenos (ossia vergine), dea protettrice della città di Atene. I lavori una decina d’anni, iniziando nel 447 a.C. e concludendosi nel 438 a.C., poco prima dello scoppio della guerra. Proprio il fatto che il tempio venne realizzato in un momento di pace si riflette nella ricchezza e nella cura dei dettagli cosa che, come vedremo, non sarà garantita durante gli anni della guerra. Interessante notare come dentro il Partenone troviamo una grandissima statua della dea mentre l’altare vero e proprio rimase collocato dove sorgeva l’antico tempio di Atena Poliás al centro dell’Acropoli nei pressi dell’Eretteo di cui avremo modo di parlare più avanti. Il Partenone sorge poi sulla base – o per meglio dire crepidoma – di una precedente costruzione che noi chiamiamo “protopartenone”. Questo permise a Pericle e ai suoi uomini di risparmiare non solo tempo ma anche denaro evitando di doverne costruire una nuova. Il Partenone così come tutta l’Acropoli fu il frutto di un lavoro di gruppo che videro in Fidia, il più famoso e apprezzato scultore e architetto del tempo, colui che su incarico diretto di Pericle coordinò l’imponente cantiere facendo sì che tutto il progetto risultasse esteticamente coerente. Ma le fonti ci trasmettono altri nomi di architetti che lavorarono al cantiere del Partenone tra cui Ictino e Callicrate che furono coloro i quali trasformarono le idee di Fidia in forme concrete.

Partenone

Da un punto di vista architettonico il Partenone è un esempio di perfezione architettonica: si tratta di un tempio a 8 colonne frontali (per questo detto octastilo) e 17 laterali, rendendolo così un tempio canonico in quanto rispetta il canone molto diffuso tra la fine del periodo arcaico e per tutto il periodo classico, per cui il numero di colonne laterali dovesse essere pari al doppio più uno di quelle frontali. Particolarità del Partenone è l’avere un doppio colonnato in facciata. Si tratta poi del primo tempio realizzato interamente in marmo, un materiale all’epoca molto prezioso e, di conseguenza, anche molto costoso. Altro dettaglio importante è il fatto che la cella sia divisa in due. Da una parte troviamo, più ampia, la cella vera e propria (il cosiddetto naos) che ospitava la statua crisoelefantina di Atena (ossia una statua realizzata in avorio per le carni e in oro per i restanti elementi), opera dello stesso Fidia. Lo spazio interno era occupato da un colonnato a ferro di cavallo che portava l’attenzione di chiunque vi entrasse a concentrarsi sulla statua della dea. Ricordiamo qui che la cella dei templi greci era uno spazio dove l’accesso era concesso solo ai sacerdoti mentre i cittadini comuni dovevano restare fuori. Dall’altra troviamo una stanza più piccola utilizzata come spazio per custodire i tesori offerti in onore della dea Atena. Un elemento distintivo del Partenone è la combinazione di elementi dorici e ionici in quello che viene chiamato “stile misto”. Le colonne esterne sono infatti doriche così come le colonne del naos, mentre invece le colonne della stanza del tesoro ioniche. La decorazione esterna poi è a metope e triglifi di stile dorico mentre quella interna presenta un fregio ionico continuo. L’intero complesso architettonico del Partenone è inoltre il risultato di un lungo lavoro teorico e geometrico, volto a raggiungere la perfezione estetica attraverso tutta una serie di complessi rapporti proporzionali tra le varie parti. In epoca classica infatti si sviluppa la teoria del rapporto aureo ossia un particolare rapporto numerico considerato perfetto e se applicato alle varie parti di un edificio garanzia di armonia. Gli architetti del Partenone adottarono poi molte soluzioni innovative per correggere quelle distorsioni ottiche dovute a una visione troppo ravvicinata del tempio che rischiano di dare alla costruzione un aspetto tozzo, basso e pesante. Queste piccole correzioni, come ad esempio la leggera inclinazione verso l’esterno delle colonne, collabora a dare un’immagine più leggera e slanciata dell’edificio.

Pianta del Partenone

L’impianto decorativo del Partenone è estremamente ricco, anche se oggi ci rimane ben poco per diversi motivi che analizzeremo in più avanti. La decorazione scultorea, come per tutti i templi, si concentra principalmente nei due frontoni e nei fregi. In questo caso, abbiamo due fregi: uno esterno a metope e triglifi dorico, e un fregio interno continuo di gusto ionico.

Alternanza di metope a rilievo e triglifi sul Partenone

Il fregio esterno è composto da 52 metope, ossia riquadri a bassorilievo, in marmo policromo con inserto in bronzo (molti dei quali sonio andati perduti) che si suddividono per tutti e quattro i lati del tempio. Gran parte di questi rilievi sono andati distrutti principalmente a causa della volontà dei cristiani, di trasformare il tempio in una chiesa, il che comportò oltre a tutta una serie di lavori tra cui la chiusura dell’ingresso originale e l’apertura di un nuovo accesso sul fondo del tempio) anche la distruzione delle metope in quanto ritenute per i loro temi blasfeme. Per fortuna, alcuni di questi rilievi sono stati risparmiati, in particolare quelle situate sul lato del Partenone affacciato su una parete rocciosa che oltre a essere difficilmente raggiungibili davano meno nell’occhio e si decise quindi di soprassedere. Queste metope per il rilievo delle figure scolpite paiono quasi dei tuttotondi, con i personaggi che sembrano uscire dalla pietra Originariamente, le metope erano colorate e ce ne possiamo fare un’idea grazie ad alcune ricostruzioni fotografiche. Non dobbiamo infatti dimenticare che l’arte greca era colorata anche se il grosso del colore è andato perso nei secoli. Le metope si dividevano in quattro gruppi tematici: la Centauromachia (la battaglia tra Lapiti e Centauri), la guerra di Troia, la Gigantomachia (la battaglia tra dèi e giganti) e l’Amazzonomachia (la battaglia contro le Amazzoni). A fare da filo conduttore, oltre al fatto che sono tutte scene di battaglia, c’è la convinzione radicata nell’immaginario ateniese, che Atene rappresentasse la civiltà che capace di sconfiggere la barbarie, come fece con i Persiani. I Centauri, i Troiani, i Giganti e le Amazzoni incarnavano proprio il pericolo, l’inciviltà, la barbarie, mentre i Greci si identificavano con i Lapiti, gli Achei e gli dèi, portatori della civiltà. Le metope sono tutte caratterizzate da un’intensità drammatica e un’atmosfera eroica.

Parte del fregio continuo

Il secondo fregio, come accennato, è un fregio continuo che rappresenta la processione delle Panatenee, ossia la più importante cerimonia religiosa in onore di Atena, patrona e prorettrice della città. La processione è raffigurata attraverso due cortei paralleli che convergono sopra l’ingresso del tempio. Le due processioni vanno intese come due segmenti di una stessa cerimonia. Le figure, pur essendo isolate, si integrano armoniosamente nel contesto complessivo della scena, che rappresenta un momento di grande fermento preso in un fermoimmagine. Sopra l’ingresso della cella, sono rappresentati gli dèi seduti che assistono alla processione e ricevono l’offerta del peplo tessuto dalle nobili ateniesi che nella tradizione veniva offerto all’altare di Atena. Gli dèi sono rappresentati in modo simile agli uomini, tranne per le proporzioni. Essi infatti, per simboleggiarne la superiorità, sono scolpiti con dimensioni molto più grandi rispetto agli uomini in quelle che vengono chiamate proporzioni gerarchiche. Questo fregio si è conservato meglio rispetto ad altri, poiché meno visibile e quindi meno esposto alla rimozione.

Resti del frontone

Un altro importante elemento decorativo erano i due frontoni, i quali però vennero gravemente danneggiati durante la guerra tra Impero Ottomano (che all’epoca controllavano la Grecia) e Venezia del 1687 d.C. Il Partenone, già trasformato dai turchi da chiesa a moschea, durante la guerra venne adibito a deposito di polvere da sparo, con la speranza che i veneziani (cattolici) non avrebbero osato colpire quello che, un tempo, era stato anche una chiesa. Non andò però come previsto e durante il conflitto il Partenone venne colpito dai cannoni delle navi veneziane facendo esplodere la polvere da sparo e causando così ingenti danni all’apparato scultoreo che va in gran parte distrutto.

Ricostruzione frontone orientale

Osservando però quello che ci è rimasto si può partire dal frontone orientale, quello posto sulla facciata principale del tempio e che dava sull’ingresso. Esso rappresentava la nascita di Atena dalla testa di Zeus. A questo evento partecipano tutte le divinità olimpiche i cui rilievi sono posti all’interno del timpano seguendone le forme. La scena principale, inquadrata tra il carro del Sole guidato da Elio (il sole) a sinistra e il carro guidato da Selene (la luna) destra, era rappresentato nella parte centrale del frontone, quella che sfortunatamente si è conservata di meno. La notizia del parto mitico si diffonde in tempi diversi dal centro agli estremi, e lo possiamo osservare ad esempio dal fatto che ci siano delle divinità che si affrettano a comunicare la lieta novella alle altre. Le figure si alternano tra moto e quiete e sono tutte caratterizzate da panneggi molto curati, che talmente fanno percepire le forme del corpo sottostanti da sembrare quasi panni intrisi d'acqua, in uno stile che proprio per questo verrà definito "panneggio bagnato" e che diventerà un punto di riferimento per gli scultori dei decenni a venire.

Ricostruzione frontone occidentale

Il frontone occidentale invece rappresenta la lotta tra Atena e Poseidone per il dominio sulla città di Atene e sull’Attica alla presenza degli altri dèi. Se nel frontone orientale il centro della scena era occupato da Zeus da cui nasce Atena, qui troviamo le due divinità che si oppongono l’una di fronte all’altra seguendo due diagonali divergenti. Alle loro spalle troviamo le restante figure divine nell’atto di osservare lo scontro. La sfida per il dominio dell’Attica consisteva nell’offrire un dono miracoloso alla città, Atena farà nascere un ulivo dalla roccia, Poseidone invece fece scaturire un fiume dal terreno. Gli ateniesi scelsero di premiare la dea Atena che da quel momento divenne la loro patrona e protettrice. Secondo la tradizione poi, quell’ulivo fatto nascere da Atena sarebbe stato conservato (e tutt’ora presente) all’interno dell’acropoli in uno degli edifici vicino all’Eretteo di cui avremo modo di parlare successivamente.

Le figure dei frontoni sono colossali e maestose, e pur essendo state realizzate da scultori diversi, grazie al lavoro di coordinamento di Fidia riflettono comunque un alto grado di omogeneità stilistica. Fidia infatti, come facile immaginare, si dovette far aiutare per realizzare l’immane impianto decorativo.

Ricostruzione dell'Atena Parthenos

Fulcro di tutto l’apparato decorativo del Partenone è senza dubbio la grande statua crisoelefantina dell’Atena Parthenos, realizzata da Fidia e alta circa 12 metri. Per realizzare questa immensa opera, la tradizione ci dice che Fidia realizzò un laboratorio che ricalcava perfettamente le dimensioni della cella in modo da poter realizzare una statua capace di sfruttare al meglio tutto lo spazio disponibile. La statua era imponente e impressionava per la sua grandezza e ricchezza; le statue crisoelefantine, come accennato, utilizzavano materiali molto pregiati come l’avorio per le parti a nudo e l’oro per le vesti. A sorreggere il tutto una struttura lignea interna. Atena pur essendo raffigurata nelle vesti da guerriera, è rappresentata in piedi, con la dea Nike (simbolo della vittoria) su una mano e una lancia e uno scudo nell’altro braccio. Per comprendere le dimensioni della statua per sostenere la Nike (che era sostanzialmente una statua a figura intera), sotto di essa era posta addirittura una colonna. Le informazioni su questa statua, che proprio per la preziosità dei suo materiali – e per quanto riguarda l’oro la facilità di riutilizzo – ci è andata persa, ci provengono dalle fonti antiche e dalle copie (sia scultoree che tramite disegni e incisioni) che nel corso del tempo sono state fatte.

Credo che a questo punto sia utile aprire una piccola parentesi riguardo a colui che ha sovrinteso alla realizzazione di tutto l’apparato decorativo del Partenone ossia Fidia. Il suo destino si legò inscindibilmente a quello di Pericle, tanto che dopo la caduta in disgrazia di Pericle, anche la fortuna di Fidia andò esaurendosi. Pensate che dopo la realizzazione dell’Atena Parthenos gli alleati di Atene si arrabbiarono con Pericle per l’utilizzo spropositato di denaro pubblico per la realizzazione della statua. Pericle infatti utilizzò l’oro delle coalizione a guida ateniese e questo fece infuriare gli alleati. Fidia, trascinato in questa polemica, fu a sua volta accusato prima di aver rubato oro dalla statua, ma riuscì a difendersi smontando tutte le parti in oro e dimostrando rendiconti alla mano che il peso del prezioso materiale era quello dichiarato intatto e successivamente di empietà (ossia di un comportamento irrispettoso verso gli dei) per essersi rappresentato sullo scudo di Atena. Una blasfemia enorme in un mondo in cui la presunzione era un peccato gravissimo e dove era impensabile che un mortale si mettesse al pari degli dei. Da questa seconda accusa Fidia non riuscì a difendersi, e la punizione per questo oltraggio fu la morte.

Marmi del Partenone al British Museum

Prima di concludere, voglio accennare alla questione dei marmi del Partenone, oggi conservati al British Museum di Londra e oggetto di lunghissima contesa tra Grecia e Regno Unito. Questa collocazione così lontana dal loro luogo originario si deve all’attività agli inizi dell’Ottocento di Lord Elgin, ambasciatore inglese presso l’Impero Ottomano e grande appassionato dell’arte classica. L’Impero Ottomano, per quanto composto da tanti gruppi culturali e religiosi diversi, aveva una classe dirigente turca e musulmana, del tutto disinteressata ai territori periferici dell’Impero come la Grecia. Lord Elgin, dopo aver scoperto i marmi che erano in quel momento del tutto abbandonati a loro stessi e in pessimo stato di conservazione, riuscì a ottenne dall’Impero Ottomano il permesso di portare i marmi in Inghilterra, giustificando la loro rimozione, stando almeno a quello che viene riferito, con la volontà di farne delle copie. La Grecia però oggi rivendica la restituzione dei marmi affermando che andassero restituiti, mentre il Regno Unito si oppone, sostenendo che furono portati via legalmente. Tuttavia, la questione rimane ancora aperta e continua a tenere banco nelle rispettive diplomazie.

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